di Monica Macchioni
Dario Fo e Franca Rame, una coppia di attori che ha dato tanto, tantissimo alla politica italiana, insieme ad Enzo Jannacci e a Paolo Rossi e al suo circo di libertari.
Una scuola di comicità che è stata impegno civico ed esempio per molti giovani militanti di sinistra.
Ha colmato le lacune di un partito che aveva sempre meno passione e slancio e sempre più regole e gessati, troppo impegnato in meccanismi di potere e in sviluppo di cooperative e supermercati e sempre meno attento alle esigenze dei lavoratori in carne e ossa, fino ad inabissarsi in una crisi totale di mission e di ideali.
Così come una parte del sindacato, troppo attenta a rivendicare i diritti di chi già ne aveva acquisiti negli anni attraverso strenue battaglie di piazza e di impresa, ma completamente sordo e cieco verso chi diritti non ne aveva affatto.
Franca Rame e Dario Fo vennero censurati dalla Rai nel 1962 per due scenette considerate troppo audaci. Il loro esilio durò ’ fino al 1977 quando Rai 2 decise finalmente di mandare in onda le loro commedie.
Ma non ci furono vittime di censura solo a causa di radicalizzazione politica; la censura investi’ anche i costumi.
Ad esempio alla soubrette Tina De Mola la Rai contestò’ le scollature, schermate da un girasole improvvisato. Tra i primi a cadere nella spirale della censura Rai furono nel 1959 Ugo Tognazzi e Raimondo Vianello con la trasmissione “Un due tre” nella quale venne riportato “l’incidente” occorso al ministro Gronchi che cadde per terra perche’ non si accorse che qualcuno gli aveva spostato la sedia nel palco alla Scala di Milano, presenti il presidente della Repubblica italiano e quello francese.
Questa gag innocente bastò per far interrompere il contratto dei due attori con la Rai.
Altre vittime della censura Rai furono le gemelle Kessler, costrette nel 1961, insieme al resto del corpo di ballo in Giardino d’Inverno, a indossare calze a maglia nere coprenti per non mostrare le loro bellissime gambe.
Sempre del 1961 fu il caso di Alba Arnova che durante un’esibizione nel varietà La piazzetta indossava una calzamaglia di colore rosa che la fece apparire svestita agli occhi dei telespettatori. Il programma venne addirittura interrotto e la ballerina allontanata dalla televisione.
Nel 1963 fu la volta di Mina che venne cacciata dalla Rai non appena si seppe che era rimasta incinta di un uomo sposato.
Ma i suoi fan non la abbandonarono e così la Rai fu costretta a richiamarla in video nel 1964.
A un certo punto Ettore Bernabei, Dg Rai, introdusse l’Ampex, vero e proprio strumento di censura, così chiamato dalla ditta di registratori che per 10 anni rifornì la Rai di apposite macchine usate per preregistrare le trasmissioni ed eventualmente poterle così epurare da frasi e immagini sgradite al potere dell’epoca.
La sinistra in quegli anni criticò’ fortemente l’Ampex, sostenendo con vigore la diretta, unica vera espressione di televisione libera e democratica.
Ma l’elenco dei censurati illustri in Rai e’ lunghissimo.
Basti pensare a Mario Riva, a Giorgio Albertazzi, alla distruzione dei filmati di Don Milani e Pier Paolo Pasolini, allo psicanalista Cesare Musatti, allo sceneggiatore Cesare Zavattini, a Lucio Dalla – vedi la nota 04.03.1943 a cui venne imposto il cambio di strofe – o alla Equipe 84 – la cui canzone “Prima di cominciare” a causa delle voci acute e penetranti e della performance faccia a faccia dei cantanti Maurizio Vandelli e Franco Ceccarelli fu presa come una esibizione gay – a Elio e le storie tese durante il concerto del 1 maggio del 1991 sostituito da una intervista dj Mollica a Ricky Gianco.
Ma il caso a mio avviso più clamoroso di censura in Rai prende il nome di Editto Bulgaro e ha come vittime giornalisti del calibro di Michele Santoro, Enzo Biagi e Daniele Luttazzi. I tre conducevano rispettivamente Il Fatto, Sciuscià e Satyricon, talkshow politici molto seguiti in onda sulla Rai in seconda serata.
Tutto ebbe inizio con l’intervista di Luttazzi a Marco Travaglio nel 2001: discusse con lui, prima delle elezioni politiche, dell’origine della ricchezza di Silvio Berlusconi.
Biagi e Santoro poi proseguirono con commenti, inchieste e reportage contro la destra al potere.
Il 2018 vide come vittima della censura Rai il filosofo Diego Fusaro, invitato alla trasmissione Le parole della settimana su Rai 3 a parlare della verginità e dell’eros: fu letteralmente silenziato durante il programma di Massimo Gramellini, che inscenò un’improvvisa interruzione del collegamento via Skype.
Ma quello che sta succedendo oggi va molto oltre l’immaginabile e l’accettabile.
Stiamo vivendo una sorta di “ovra” moderna, ma, a differenza del Ventennio, non esiste una opposizione che sappia riconoscere e vedere il problema.
Gli intellettuali di partito non esistono più. I partiti dell’opposizione non si capisce se ci sono o se ci fanno.
E comunque non mi pare di aver letto di manifestazioni contro l’applicazione deviata di un codice etico che altro non è che una censura strisciante subdola e mascherata.
Ebbene sì, siamo arrivati persino a questo: “anche la pubblicazione sui profili social personali, come qualsiasi attività sui presidi digitali è’ considerabile alla stregua di comunicazione pubblica e pertanto vincolata dal codice etico”.
Così recita la circolare che l’amministratore delegato Rai Giampaolo Rossi, ex Pdl oggi meloniano doc, ha inviato ai dipendenti pregandoli di uniformarsi pena sanzioni disciplinari.
Un modo vischioso per mettere la mordacchia alla libertà di stampa e ad alcuni programmi d’inchiesta che evidentemente danno fastidio a qualcuno che sta al governo.
Peccato che Conte, la Schlein, Bonelli, Fratoianni e Marco Rizzo non abbiano indetto un presidio sotto la Rai per manifestare per la libertà di stampa e contro questi provvedimenti oscurantisti.
Mala tempore currunt.
Vista l’insensibilità della politica al tema, i cittadini italiani possono sperare ormai solo nell’equilibrio, nella lungimiranza, nella saggezza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella i cui riferimenti alla Rai e alla sua infungibile funzione di servizio pubblico sono sempre stati puntuali e a favore della autorevolezza della Rai e della libertà del popolo italiano.

Enzo Biagi, Michele Santoro, Daniele Luttazzi

Sigfrido Ranucci

Dari Fo e Franca Rame


