Di Prof. Francesco Garofalo
Roma, capitale di un impero millenario e culla di civiltà, si trova oggi di fronte a una delle più gravi contraddizioni della sua storia: la progressiva dispersione del suo patrimonio artistico e architettonico.
Non si tratta soltanto di un fenomeno legato alla fragilità economica e gestionale di antiche famiglie nobiliari, che da secoli detengono proprietà ricche di capolavori, ma soprattutto di una carenza di strumenti normativi efficaci che possano garantire la tutela di beni che non appartengono solo ai privati, ma alla memoria collettiva. Il contrasto è evidente e doloroso: da una parte la straordinaria importanza storica di opere e architetture, dipinti seicenteschi, decorazioni di Pietro da Cortona e dei fratelli Zuccari, interi palazzi disegnati da Gian Lorenzo Bernini, dall’altra la leggerezza con cui questi beni vengono svenduti, frammentati, esportati all’estero o, peggio ancora, trasformati in spazi banali e irrispettosi, privi di qualsiasi connessione con la storia e l’identità originaria.
Non si contano gli episodi recenti che testimoniano questa deriva: tele barocche finite in aste internazionali attraverso canali intermediari, collezioni smembrate senza alcun vincolo, palazzi storici ridotti a hotel di lusso o ristoranti commerciali, con sale affrescate riconvertite a spazi neutri.
È come se un meccanismo invisibile e progressivo avesse imposto a Roma una “damnatio memoriae” silenziosa: non una cancellazione per decreto, come nell’antichità, ma una cancellazione per incuria e speculazione.
La mancanza di una normativa aggiornata e stringente è il nodo cruciale della questione.
Le leggi esistenti, pur avendo radici storiche importanti , dal vincolo Rava del 1909 fino ai codici più recenti, spesso si rivelano strumenti deboli di fronte a un mercato internazionale aggressivo e a famiglie proprietarie oberate da costi di gestione insostenibili.
Molte volte i beni restano vincolati sulla carta, ma senza i fondi per il restauro o il sostegno alla manutenzione, i proprietari sono spinti a cederli al miglior offerente.
L’assenza di un efficace controllo sulle esportazioni e di un meccanismo di prelazione realmente operativo da parte dello Stato acuisce la vulnerabilità di questo patrimonio.
Roma paga così un prezzo altissimo: ogni affresco disperso, ogni scultura rimossa, ogni palazzo trasformato in spazio commerciale rappresenta non solo la perdita di un’opera d’arte, ma il depauperamento di una stratificazione culturale unica al mondo.
Ogni tassello sottratto al mosaico millenario della città produce un vuoto che difficilmente potrà essere colmato.
Il problema non riguarda soltanto gli storici dell’arte o i collezionisti: è un problema sociale e civile.
Il patrimonio di Roma è un bene comune, un archivio vivo che racconta non solo la storia della città ma quella dell’Europa intera.
Senza una tutela efficace, il rischio è che Roma diventi progressivamente una scenografia svuotata, un grande palcoscenico turistico senza anima, dove ciò che conta non è la conservazione ma la monetizzazione.
Occorre dunque un ripensamento radicale: norme più rigide sull’esportazione, incentivi fiscali per la manutenzione e il restauro, un impegno maggiore da parte delle istituzioni a esercitare realmente il diritto di prelazione.
Ma serve anche un cambio di mentalità: comprendere che vendere o trasformare questi beni non significa solo perdere opere preziose, ma erodere l’identità stessa della città e, con essa, la memoria di tutti noi.
L’allarme lanciato da diversi osservatori e giornalisti, con articoli coraggiosi e ben documentati, non deve cadere nel vuoto.
Al contrario, merita un plauso sincero: raccontare queste storie significa offrire un servizio alla collettività, stimolare il dibattito e ricordare che dietro ogni tela dispersa e ogni palazzo snaturato non c’è soltanto un collezionista felice o uno speculatore arricchito, ma una comunità che perde un frammento della sua storia.
Roma non può permettersi una nuova damnatio memoriae.
Proteggere il suo patrimonio significa proteggere la sua anima.

Prof. Francesco Garofalo. Docente di storia e Critica dell’Arte. Critico d’arte e presidente Minerva associazione europea critico d’arte.