Di Monica Macchioni
Bersani, quando era segretario nazionale del PD, ha introdotto dei motti di saggezza popolare contadina nel lessico parlamentare che secondo me rendono perfettamente la drammaticità dei tempi che stiamo vivendo.
Fotografando la Rai odierna, suona perfettamente calzante il proverbio “la stalla va chiusa prima che escano i buoi”.
Già per il fatto che nella giornata di oggi dobbiamo preoccuparci del fatto che un giornalista di razza come Sigfrido Ranucci, indipendente e scevro da condizionamenti esterni, possa valutare una alternativa alla sua permanenza in Rai, e’ cartina tornasole della pochezza strategica di chi guida l’azienda.
E a dire il vero lo avremmo dovuto capire anche dalla riforma tanto voluta dall’attuale amministratore delegato, riforma che ha distrutto le reti, mandando la Rai in confusione e peggiorando il livello del servizio pubblico.
Il meloniano Rossi sta distruggendo il servizio pubblico, e nessuno fa nulla.
Fortunatamente oggi si è levata qualche voce dalla opposizione a difendere la posizione di Ranucci in Rai.
Ma, come dar torto al giornalista qualora scegliesse altri lidi più confortevoli rispetto al processo alle intenzioni che deve subire quotidianamente in Rai?
L’imprenditore Urbano Cairo per quanto riguarda la liberta’ dei suoi giornalisti non ha nulla da invidiare a nessuno, sembra il Berlusconi dei tempi d’oro di Samarcanda.
Non mi stupirebbe se durante l’incontro con Ranucci, Cairo gli offrisse uno spazio di agibilità democratica a La7 con gravissimo danno per la Rai, che perderebbe una pietra miliare del giornalismo d’inchiesta.
Se ne è accorto il consigliere Rai Davide Di Pietro che ha preso posizione dicendo che “la Rai non può permettersi di disperdere un patrimonio di competenze, credibilità e autorevolezza costruito nel tempo grazie al lavoro della squadra di Report, che ha reso l’azienda un punto di riferimento a livello nazionale e internazionale. È dovere dei vertici Rai, nessuno escluso, difendere e valorizzare questo patrimonio, garantendo le condizioni perché il giornalismo d’inchiesta continui a trovare spazio, sostegno e centralità nella programmazione”.
“La perdita di Sigfrido Ranucci e di tutto ciò che rappresenta sarebbe un fatto grave e difficilmente giustificabile per un Servizio Pubblico che vuole mantenere indipendenza e credibilità. Per questo mi impegno a fare tutto il possibile affinché questa vicenda possa trovare una soluzione positiva. È necessario che l’intero Consiglio di Amministrazione lavori in un clima di coesione e responsabilità, superando ogni possibile tensione e rafforzando la missione della Rai nell’interesse esclusivo dei cittadini”.
Gli fanno eco i parlamentari Pd in Vigilanza RAI.”L’ipotesi di un addio di Sigfrido Ranucci alla Rai rappresenterebbe uno scempio e l’ennesima ferita al servizio pubblico. Se anche un professionista con il suo profilo, il suo rigore giornalistico e il suo radicamento nella tradizione di inchiesta di Report dovesse lasciare l’azienda, si sancirebbe in maniera definitiva la difficoltà del servizio pubblico a garantire autonomia, pluralismo e qualità dell’informazione. Ci auguriamo che queste siano solo indiscrezioni di stampa e speriamo che non sia vero e che non accada una cosa del genere, altrimenti davvero sarebbe il segno più devastante che si vuole smontare completamente il servizio pubblico e di fatto si vuole privatizzare la Rai. Se così fosse sarebbe un disastro di ascolti e di share”.
Interviene anche Sandro Ruotolo, responsabile Informazione nella segreteria nazionale ed europarlamentare del Pd: “TeleMeloni sarà ricordata per tante cose: per la censura, per la propaganda sfacciata al governo di destra, per il declino editoriale e per gli abbandoni di professionisti con la P maiuscola. Professionisti che non ce l’hanno più fatta a restare in RAI, a lavorare in un’azienda ‘ostile’ a loro e hanno scelto di andarsene: da Amadeus, a Lucia Annunziata a Fabio Fazio a Corrado Augias, Bianca Berlinguer, Massimo Gramellini. E ora anche Sigfrido Ranucci conduttore e autore di Report, il programma di approfondimento giornalistico più visto del servizio pubblico radiotelevisivo sarebbe in procinto di lasciare la Rai. Questa non è solo una fuga di volti noti, ma una ferita profonda al ruolo stesso del servizio pubblico. Perché la differenza tra una televisione commerciale e una televisione pubblica non sta nell’intrattenimento, ma nella qualità dell’informazione: il giornalismo d’inchiesta, l’approfondimento, la capacità di raccontare la realtà senza bavagli. E quando figure di questo peso lasciano, non perdi solo un conduttore: perdi credibilità, indipendenza, capacità di indagine. Intanto il governo continua a proporre una riforma della governance Rai che rafforza il controllo dei partiti, ignorando che il Media Freedom Act impone a tutti i servizi pubblici radiotelevisivi dei 27 Stati membri di essere indipendenti dalla politica. L’uscita di Ranucci e di tanti altri non è un fatto personale: è il simbolo di una crisi del servizio pubblico che rischia di diventare irreversibile”.
La notizia non ha lasciato insensibile il sindacato. “Se il passaggio di Sigfrido Ranucci a La7 dovesse essere confermato, sarebbe l’ennesima picconata che si abbatte sulla Rai” afferma il segretario generale di Slc Cgil Riccardo Saccone.
“Non si tratterebbe solo di un’ulteriore restrizione degli spazi di libertà e pluralismo che si aggiunge a quelle già registrate nel servizio pubblico radiotelevisivo, argomento di per sé determinante per la tenuta democratica del Paese: con l’uscita di Ranucci, la Rai perderebbe un protagonista dell’informazione che il pubblico ha negli anni dimostrato di apprezzare e premiare. Sarebbe quindi un danno all’azienda, al suo stare sul mercato e alla sua capacità di coniugare ascolti e qualità. A questo punto – continua Saccone – viene da chiedersi quale sia il reale mandato di questo cda che, fino a prova contraria, dovrebbe fare gli interessi dell’azienda, oltre che del Paese. Sembra che più che ‘demolire’ un presunto monopolio culturale di una parte politica, qui si stia demolendo la Rai. Una follia – conclude il dirigente sindacale – Urge una presa di coscienza collettiva, a salvaguardia di un bene pubblico indispensabile alla coesione sociale e democratica del Paese, non secondaria per chi ha a cuore la tutela di un’ azienda che fra diretti ed indotto, dà lavoro a decine di migliaia di persone”.
A questo punto, e’ tutto nelle mani della Meloni che potrebbe richiamare all’ordine Rossi, anche se suona molto sinistra la frase pronunciata al cospetto di Trump quando ha ammesso di cercare di evitare di parlare con la stampa italiana.
La Rai può forse ancora trovare una ancora di salvezza intervento forte ed autorevole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che dovrebbe richiamare le istituzioni, la politica e la governance Rai al rispetto della libertà di stampa e della sua autonomia