Di Francesco Rao
Ci sono momenti in cui il silenzio diventa complicità.
E ci sono stagioni storiche nelle quali la responsabilità delle Istituzioni non può più essere rinviata, perché ciò che si consuma sotto i nostri occhi mina alle fondamenta la tenuta democratica del Paese.
I fenomeni sociali non nascono dal nulla: sono figli delle generazioni che li hanno preceduti, delle reazioni della società e della misura di giudizio o indifferenza con cui gli eventi vengono accolti.
Oggi, nell’era dei social e dell’intelligenza artificiale, assistiamo a una trasformazione epocale: strumenti che avrebbero potuto e dovuto rafforzare la partecipazione e il confronto democratico, sono spesso piegati a un uso distorto che umilia le persone, avvelena il dibattito pubblico e riduce la politica a terreno di scontro personale.
Con un semplice account gratuito, chiunque può entrare “a gamba tesa” nella vita politica del più piccolo comune come della più grande metropoli, non per confrontarsi sulle idee, ma per diffondere violenza verbale, calunnie e odio.
È questo il nuovo campo di battaglia sul quale si consumano aggressioni quotidiane contro amministratori locali, sindaci, assessori, consiglieri comunali, parlamentari e persino contro il Presidente della Repubblica.
Non si discute di programmi, non si cercano soluzioni: si cerca solo di distruggere la dignità delle persone.
Questo clima, alimentato dalla distorsione dei social, non può essere più ignorato.
È compito del Legislatore nazionale e della Magistratura intervenire con decisione, perché non è più tollerabile lasciare soli gli amministratori locali, già schiacciati da responsabilità enormi e da risorse economiche sempre più esigue, a subire un costante stillicidio di violenza mediatica e personale.
Denunce archiviate, insulti quotidiani, campagne d’odio costruite ad arte: tutto ciò non è libertà di espressione, ma un fallimento dello Stato di diritto.
È il terreno fertile su cui cresce l’indifferenza dei cittadini e si consolida la convinzione che la politica non sia servizio alla comunità, ma condanna all’isolamento e al disonore.
In queste condizioni, quale futuro potrà avere la democrazia? Chi vorrà ancora impegnarsi in politica: le persone oneste, portatrici di legalità e buone intenzioni, o piuttosto gli affaristi, i corrotti e coloro che vedono nel potere un’occasione di profitto personale?
Il futuro si scrive oggi.
E oggi stiamo scegliendo se abbandonare gli amministratori alla rassegnazione, consegnando la democrazia nelle mani di chi urla più forte e offende di più, oppure se rafforzare lo Stato nella sua funzione di tutela della dignità di chi rappresenta i cittadini.
Perché un fatto è certo: chi provoca, spesso non ha nulla da perdere; chi è provocato, pur animato dai più saldi principi, potrebbe un giorno non riuscire più a contenere la propria reazione.
Quando quel giorno arriverà – se arriverà – di chi sarà la responsabilità? Dello Stato che ha voltato lo sguardo altrove, o di chi, logorato dall’odio, ha perso la pazienza?
Questo interrogativo non riguarda solo gli amministratori locali, riguarda tutti noi.
Riguarda la democrazia.
Riguarda il futuro dell’Italia.