Di Roberto Jonghi Lavarini
Laurea in Scienze Politiche con indirizzo storico internazionale, Master di approfondimento geopolitico su Balcani, Caucaso e Medio Oriente; membro di R360 Centro Studi Analisi Formazione.
Il Venezuela è un paese politicamente spaccato in due. Il carismatico paracadutista socialista nazionale Chavez aveva un raggiunto un reale consenso popolare di oltre il 60% che ha iniziato a diminuire con il suo successore Maduro (sindacalista social comunista, meno carismatico ed economicamente incapace). Da tempo, il consenso del regime si è dimezzato al 30% (ancora al 50% in patria, visto l’enorme diaspora venezuelana nel mondo, spontanea o indotta).

Maduro non ci piace, nemmeno la sua politica interna ma non crediamo affatto sia un narco trafficante. E’ chiaro che gli USA sono semplicemente interessati al petrolio, all’oro, alle risorse naturali, al mercato venezuelano e considerano, da sempre, il centro e sud America come il loro cortile di casa.
Maduro è stato tradito e consegnato dai potenti vertici militari venezuelani ai commandos americani. Ma non ci sarà un cambio di regime: Trump non vuole la Machado e i vertici dell’opposizione “liberale” perchè evidentemente vecchi pupazzi mondialisti legati al “deep state” USA e Soros. Ci sarà un regime più moderato, controllato dai militari e sotto tutela energetica, economica e commerciale americana.

Il discutibile regime mussulmano persiano sciita iraniano nulla ha a che fare con il terrorismo islamico internazionale che è, al contrario, suo acerrimo nemico, al 99% arabo sunnita di matrice salafita e wahabita. Questo è il primo punto fondamentale!
Il regime degli ayatollah gode ancora di un largo e solido consenso di oltre il 60% della popolazione. Le opposizioni iraniane sono divise e concentrate nella storica diaspora e nelle minoranze etniche religiose del paese.
Le rivolte popolari sono certamente giuste e spontanee rivendicazioni sociali, causate però da una forte crisi economica, volutamente indotta da oltre un decennio di strozzanti sanzioni occidentali. E in queste manifestazioni si sono, da tempo, introdotti agitatori organizzati e agenti stranieri, soprattutto israeliani e americani, addestrati e armati, per creare caos e violenze, al fine di provocare una reazione repressiva e così motivare una aggressione militare esterna, naturalmente a scopo “democratico umanitario”.
Principale pedina di questa operazione di Mossad e CIA è, purtroppo, e mi spiace molto dirlo, il principe Ciro Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià di Persia, proposto come alternativa formale al regime, in realtà pupazzo, con pochissimo consenso e nessun potere, nelle mani della lobby sionista.
Per ora il regime resiste, sebbene diviso fra integralisti religiosi sciiti e militari nazionalisti persiani. Molto dipenderà dagli equilibri geopolitici internazionali e dalla fondamentale alleanza strategica con la Russia.

La Groenlandia è un enorme territorio ghiacciato, abitato solo sulla costa da poco più di 60.000 abitanti ma è ricco di risorse naturali, strategico per rotte navali e basi militari. Il 70% dei suoi abitanti è di etnia autoctona Inuit Kalaallit che non si è mai riconosciuta nel governo “invasore vikingo” della Danimarca che, a queste popolazioni ha sempre dato poca importanza e ancor meno aiuto. Per questo, la proposta di annessione da parte di Trump, non è affatto una follia, utopica e aggressiva, ma potrebbe, addirittura, trovare un largo consenso, soprattutto, in cambio di strategiche attenzioni economiche, sociali e infra strutturali. In sintesi, la maggioranza della popolazione se ne frega del Re di Danimarca e, per convenienza, potrebbe anche cambiare “padrone”..