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Sgarbi, ha ragione Daniela Santanche’

Santanchè, Sgarbi, Frongia, Evelina Sgarbi - IlGraffio - Monica Macchioni
Ma il Manetti rimane un quadro rubato e manipolato e Frongia e’ il più grande falsario del Ventunesimo secolo

Di Monica Macchioni

“L’uso politico della giustizia” e’ il titolo di un famoso libro dell’on. Fabrizio Cicchitto, edito nel 2006.

Distorsioni, perversioni, storture, abusi, prevaricazioni del sistema giustizia in Italia.

La fotografia lampante dei meccanismi che regolano il quotidiano vivere civile della nostra comunità.

La politica non può subire il peso delle pressioni del potere giudiziario.

Ne’ arrendersi preventivamente ai processi celebrati sui media anziché nelle aule di Tribunale.

L’assoluzione di Vittorio Sgarbi dimostra che ha ragione la Santanche’.

Bene ha fatto Daniela a non cedere alle pressioni del suo partito, dell’intera coalizione di centrodestra e di chi malignava che Giorgia Meloni pretendesse le sue dimissioni da ministro.

Bene ha fatto a mettere in imbarazzo ipocriti e farisei che pretenderebbero di utilizzare la via giudiziaria come alternativa al consenso elettorale.

Una specie di presa del potere attraverso avvisi di garanzia e relativa macchina del fango, invece che mediante acquisizione di voti e preferenze. Vittorio Sgarbi invece si è dimesso.

Bisognerebbe analizzare nel dettaglio le motivazioni profonde che lo hanno spinto ad abbandonare il ruolo di sottosegretario.

Se sia stata una sua scelta spontanea o se sia frutto di “pressioni spintanee”, della politica o del cerchietto tragico che lo circonda. Ironia della sorte: le sue dimissioni sono avvenute solo qualche mese prima delle dimissioni del ministro Gennaro Sangiuliano.

Quasi che, attendendo fermo lì dove stava, Vittorio avrebbe potuto anche realizzare il sogno di tutta una vita: essere ministro della Cultura.

Ma evidentemente Vittorio Sgarbi e’ molto sfortunato.

O e’ molto mal consigliato.

Arriva vicino all’obiettivo e poi accade sempre qualcosa che lo distoglie e che gli impedisce di raggiungerlo.

Aggiungo che Sgarbi, per tutta l’azione di promozione e divulgazione del sapere e del patrimonio artistico e culturale italiano, sarebbe stato comunque un ottimo ministro della Cultura anche se la magistratura lo avesse ritenuto colpevole del furto del quadro del Manetti e della sua manomissione.

Perché ci sono alcuni fatti che è difficile confutare.

Primo. Che Vittorio e’ uno dei più grandi esperti d’arte conosciuto non solo in Italia ma a livello mondiale.

Secondo. Che la sua professionalità e cultura nel campo dell’arte poco c’entrano con la politica e con gli aspetti organizzativi ed economici del suo lavoro.

Terzo. Che Sgarbi sottosegretario ha lasciato un vuoto incolmabile di esperienza culturale e visibilità mediatica.

Quarto. Che molto probabilmente se non si fosse dimesso, non sarebbe caduto in depressione.

Oggi, forse anche per lavarsi la coscienza rispetto a quelle dimissioni che molti ipocriti e leccapiedi del potere giudicarono come dovute, c’è’ un circo mediatico che propone una beatificazione del personaggio Sgarbi.

Si passa da un irragionevole eccesso all’altro, senza equilibrio, per compiacere chi ha in mano le leve del potere e magari non ama ammettere di aver sbagliato.

Al punto da arrivare anche a criticare pretestuosamente la figlia di Vittorio, Evelina, colpevole semplicemente di voler essere edotta sulle reali condizioni di salute del padre.

Apriti cielo!

Sì vuol far passare la figlia come capro espiatorio delle sventure del padre, stravolgendo i fatti e volendo trasformare la vittima in carnefice e viceversa.

Stimo intellettualmente il Vittorio Sgarbi dannunziano, eccentrico, senza regole e senza limiti.

Ma sono consapevole che sul piano umano, del rispetto dei codici e delle leggi, da qui alla beatificazione del personaggio ce ne passa.

Ne’ mi sento di dire che il quadro si sia staccato dal muro da solo e che abbia abbandonato il castello sulle sue gambe visto che le opere d’arte ne sono sprovviste.

E anche questo e’ un fatto inconfutabile.

Così come e’ difficile spiegare come mai il più grande falsario del ventunesimo secolo, Lino Frongia, abbia dichiarato di aver aggiunto personalmente la candela anziche un levriero come avrebbe voluto Vittorio a quel quadro che ne era sprovvisto.

Saranno sicuramente tutte casualità.

Così come le misure del quadro appartenuto alla signora che ne denunciò oltre 10 anni fa il furto, che sono le stesse del quadro che Vittorio dichiara di aver trovato nella diroccata e inagibile Maidalchina.

La campagna stampa e di odio di tutti coloro che utilizzano strumentalmente l’assoluzione di Vittorio Sgarbi per un reato che poco c’entra coi fatti reali descritti e realmente accaduti per colpire selvaggiamente il Fatto quotidiano e la trasmissione Report, responsabili a loro dire, di aver crocifisso Sgarbi e’ grottesca.

Perché il giornalismo d’inchiesta ha il compito e dunque il dovere di svelare cosa si cela dietro le stanze del potere, ha l’obbligo morale di rendere noti i fatti.

Per quelli che sono.

Senza aggiungere e togliere nulla. Poi, se ci sono dei reati, e vengono alla luce, è’ compito di chi indaga definirli e – quando e se e’ in grado di trovare le prove – di sanzionarli.

Tanti delitti sono rimasti senza colpevole.

Non e’ una notizia.

La politica invece, che siede nell’Olimpo e che in virtù di questa collocazione dovrebbe sovrintendere e stare sopra a tutto, dovrebbe assumersi le proprie responsabilità e smetterla di essere succube delle pressioni di altri poteri.

Una battuta di colore: una volta che il quadro verra’ dissequestrato, tornerà nella casa di Vittorio o verrà riportato alla signora che da oltre 10 anni ne ha denunciato il furto?

Oppure, salomonicamente, si deciderà di tagliare in due la tela?