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Guerra Mondiale o una nuova Yalta?

Leonardo Masella - IlGraffio - Monica Macchioni
Voglio fare una riflessione sulla situazione internazionale controcorrente rispetto alle tesi più ovvie e diffuse.

Analisi geopolitica internazionale di Leonardo Masella

Una riflessione difficile oggi, nel bel mezzo dell’aggressione criminale americana e sionista all’Iran, delle minacce infami a Cuba e dopo l’aggressione al Venezuela.

Una riflessione difficile, senza certezze granitiche, ma che ci aiuta a capire se è più probabile che si vada in tempi brevi ad una guerra mondiale oppure a una nuova Yalta e a una nuova coesistenza pacifica fra le superpotenze, sia pure dinamica e instabile.

Parto dalla questione del Venezuela.

Sento dei giudizi sprezzanti, insultanti nei confronti della nuova presidente del Venezuela, Delcy Rodriguez, con la tesi del tradimento, come se la Rodriguez si fosse venduta a Trump e avesse tradito Maduro.
Io ovviamente non concordo con questa tesi.

L’errore di fondo di questa tesi è di non vedere il quadro mondiale in cui si inserisce il Venezuela, così come l’Iran o altri paesi, e i rapporti di forza reali esistenti nel mondo.

L’imperialismo è ancora fortissimo negli armamenti, nei servizi di intelligence e nella guerra. Indebolito sul piano economico e dell’egemonia politica sul mondo, si e dedicato in questi anni a rafforzarsi sul piano militare.

Ma per fortuna (per nostra fortuna) l’imperialismo è diviso.

Sennò saremmo già in guerra mondiale. In particolare è diviso in due correnti o cricche di potere in lotta fra loro.

Una è quella Clinton-Bush (neocon repubblicani e democratici) che ha gestito tutte le guerre “umanitarie” dopo il crollo dell’URSS fino alla guerra in Ucraina e probabilmente ha scatenato la pandemia 2019-2021 contro la Cina; l’altra è quella di Trump che vorrebbe una relazione pacifica quantomeno con la Russia, probabilmente per separarla dalla Cina.

Queste due correnti sono giunte a combattersi fra di loro all’ultimo sangue, ai limiti di una guerra civile, con elezioni truccate, attentati presidenziali, assalti al parlamento, minacce, ricatti e trappole di ogni tipo.

Il punto di maggiore attrito è stato generato dall’incontro che Trump ha organizzato con Putin ad Anchorage in Alaska, ricevendo Putin, il “macellaio” Putin, il “criminale” Putin, il condannato con mandato di cattura, sul territorio americano e con tutti gli onori.

Sacrilegio !

Dopo Anchorage la cricca Clinton-Bush, ancora annidata nella Cia, in altri centri di potere americani e nella maggior parte dei governi europei, ha scatenato una offensiva palese e occulta contro Trump costringendolo a modificare la linea politica internazionale e a metterlo contro la sua stessa base elettorale per fargli perdere le elezioni di metà mandato.

Dopo Anchorage, la marcia indietro sull’accordo in Ucraina, l’aggressione al Venezuela e ora la guerra aperta all’Iran al seguito di Netalyahu, si fa obbiettivamente difficile intravedere all’orizzonte una nuova Yalta.

Tuttavia ciò non significa che siano saltati del tutto i rapporti con la Russia e con la Cina.

Questi sono continuati, pur con problemi e frizioni maggiori (perché è ovvio che Ciba e Russia stanno dalla parte dei palestinesi, del Venezuela e dell’Iran) e continuano tuttora, come si evince dalla telefonata di un’ora fra Trump e Putin che c’è stata nei giorni scorsi e dall’incontro fra Trump e Xi che ci sarà nei prossimi giorni.

Io credo in sostanza che sarebbe utile una valutazione più articolata della presidenza Trump: le ombre ma anche le opportunità, in politica estera, sul tema della nuova Yalta e della pacifica coesistenza in una competizione economica con Russia e Cina, linea che fa arretrare la più pericolosa aggressività sul piano militare sostenuta dai neocon (la cricca Bush-Clinton) che porterebbe il mondo verso una guerra mondiale in tempi brevi.

Certamente Trump ha attaccato il Venezuela per consentire alle multinazionali occidentali lo sfruttamento del combustibile fossile del Venezuela.

Ma bisogna sapere che le risorse del Venezuela vengono oggi sfruttate sulla base di un accordo di condivisione tra compagnie di Venezuela, Russia, Cina, Usa, ed altri. Il punto quindi è: questa “spartizione di influenze” è vantaggiosa oppure no per una economia come quella venezuelana, che era comunque in grande crisi ?

Situazioni simili si sono verificate anche in Sudafrica, Angola, Mozambico, Vietnam e anche in Cina.

Il punto è sempre: quali sono le condizioni di questi accordi?

Quali i poteri reali che le condividono?

Quali sono i poteri politici reali che oggi governano il Venezuela?

Essi non configurano di per sè – di per sè – situazioni neo-colonialiste, anche se tale è la matrice del blitz militare che ha portato al rapimento di Maduro.

Oggi qual’è il contesto globale?

Siamo o non siamo in presenza di un tentativo di costruire una sorta di “Nuova Yalta”? Questo mi pare il nodo della riflessione, tutta da approfondire.

Io resto convinto che Russia, Cina e anche almeno di una parte dell’amministrazione Trump (che oggi appare divisa al suo interno) auspichino una stabilizzazione delle diverse aree di crisi del mondo (Venezuela, Cuba, Medio Oriente, Ucraina, Taiwan…).

Ognuno tira l’acqua al suo mulino, ma in un quadro mondiale che non esasperi il contrasto politico-militare tra le tre grandi potenze; che tenga conto delle rispettive aree di influenza (la cosiddetti nuova Yalta).

Non è un processo indolore che esclude il contrasto la competizione e anche guerre per interposta persona, nelle aree più controverse, ma cerca di contenerlo e gestirlo entro certi limiti. In questo quadro, ed è la novità degli ultimi mesi, vedo un Trump in difficoltà: sul fronte interno (situazione economica), per le divisioni nella sua amministrazione anche sulla politica estera (influenze neo-con, malcontento area Maga, pressioni del Deep State e dei volonterosi, pressioni israeliane, vicenda Epstein).

A mio parere anche in Iran Trump persegue una soluzione di compromesso (una nuova leadership iraniana, concordata anche con Mosca e Pechino, non un regime change).

Una soluzione perseguita ora anche con la pressione militare.

Questo probabilmente lo distingue da Nethanyau, che vuole invece la distruzione dell’Iran, costi quel che costi, e che però per farlo ha bisogno del coinvolgimento degli Usa.

Una notizia, tutta da verificare, svela che Netalyahu abbia convinto Trump ad attaccare l’Iran con il ricatto che altrimenti lo avrebbe fatto da solo sganciando subito una atomica su Teheran, che Israele possiede e che, secondo me, non si farebbe nessuno scrupolo a usare. Se fosse così, probabilmente dovremo aspettare, perché Trump metta fine alla guerra all’Iran, che le forze armate iraniane – che diversamente dalle balle che dice Trump non sono per niente distrutte – rendano inoffensiva la forza militare nucleare israeliana.

È evidente che negli ultimi giorni, sia per la resistenza eroica degli iraniani aiutati dai sistemi di intelligence e satellitari russi e cinesi, sia per le pressioni delle petrolmonarchie del golfo e dei paesi europei che rischiano una catastrofe economica, Trump va allontanandosi da Netalyahu e avvicinandosi alla fine della aggressione americana all’Iran, persino – come sostiene un esperto come Lucio Caracciolo – in una sintonia di interessi con la nuova guida suprema iraniana.

Proprio in questi giorni la stampa americana riferisce che gli Stati Uniti hanno chiesto a Israele di smettere di lanciare attacchi contro le infrastrutture energetiche e petrolifere dell’Iran, avvertendo che ciò potrebbe causare un forte aumento dei prezzi globali del petrolio e provocare azioni di rappresaglia su larga scala contro le strutture energetiche nel Golfo Persico.

È quindi evidente che il Venezuela, e in maniera diversa anche l’Iran, è parte di una di una lunga “partita a scacchi” fra Trump, Putin e Xi Jinping, sulla via di una nuova Yalta, una via che sappia sia evitare gli ostacoli e le trappole che metterà lungo il cammino la cricca neocon, sia comprendere la spinta di potenze minori (come per esempio l’India o i paesi europei) a far parte della partita, sia andare incontro alla spinta dei popoli del mondo alla liberazione dall’imperialismo capitalista.

Un compromesso dinamico che eviti una guerra mondiale senza essere un semplice mantenimento dello status quo.

Per concludere, ho letto l’ultimo documento del Prc a maggioranza (risicatissima) acerbiana.

C’è un paragrafo intitolato “la politica trumpiana verso il fascismo aperto”. Non condivido per niente questa tesi.

Questa è la linea Clinton-Bush (neocons) che accusa Trump di quello che stanno facendo loro.

Al nuovo nazi-fascismo ci stanno portando loro che stanno facendo di tutto per evitare la pace con la Russia. Io scriverei un paragrafo opposto: “Trump, Putin e Xi verso una nuova Yalta”.

Capisco che ora, nel pieno della guerra di aggressione all’Iran, la mia tesi può apparire quanto meno stravagante, molto diversa dal senso comune, ma noi marxisti non dobbiamo farci prendere dalle emozioni del momento ma dobbiamo, come fanno i marxisti cinesi, guardare la realtà con lucidità e pazienza.