Di Monica Macchioni
Si sa che la riconoscenza e’ il sentimento del giorno prima.
Era solito ripeterlo come un mantra il divo Giulio Andreotti, quasi a esorcizzare il dolore preventivo messo nel conto per delusioni e tradimenti annunciati ad opera dei suoi tanti beneficati.
Al punto che qualcuno cominciò sistematicamente a parlare di sindrome del beneficato riottoso, cioè quella malattia incurabile in base alla quale il malato cerca di eliminare colui o colei che gli hanno aperto la porta del successo, spianato la strada dalle insidie e a cui pertanto dovrebbe riconoscenza eterna.
Che ciò però potesse accadere anche in una Fondazione così prestigiosa e così in vista come la Fondazione Roma, che esiste solo ed esclusivamente grazie alla lungimiranza e alla generosità intellettuale ed economica di un raro mecenate dei nostri tempi, amante dell’arte e del bello, il Professore Emmanuele Emanuele e che ciò avesse come protagonista il grigio e mediocre Parasassi, va oltre ogni umana immaginazione.
Molti estimatori del Professore, infatti, si sono sempre domandati il motivo per il quale il grande Emanuele desse così tanto spazio e lustro a un personaggio che nulla aveva del talento, della profondità intellettuale, dello spessore culturale dell’illustre mecenate.
Ma si sa che anche i grandi sono affetti da vanità e che molto spesso hanno il vezzo di circondarsi di cerchi magici, a volte veri e propri circhi tragici.
O tragicomici.
La beffa, però, la sorte l’ha immeritatamente riservata all’anziano professore, lui che ha ideato con grande senso civico e impegno per il sociale anche il Villaggio Emanuele per i malati di Alzheimer, lui che ha tagliato nastri e apposto targhe col suo nome per decenni inaugurando ospedali e opere di bene oltre che spazi dedicati all’arte, proprio per lasciare ai posteri la memoria del suo impegno generoso per ristrutturare e salvare il bello, ma anche abbellire il brutto vedi gli esperimenti di street art.
Ed ecco che il giorno di Giuda e’ arrivato anche in Fondazione Roma. Una volta avute le “chiavi di casa”, il Parasassi, non si sa se mosso solo da becera invidia, oppure anche dal profondo odio nato dalla consapevolezza di essere stato creato dal nulla proprio dalla volontà di Emmanuele, ecco che ha attuato una sorta di epurazione staliniana. Il Parasassi, infatti, raggiunta la meta ed ottenuto il ruolo di Presidente della Fondazione Roma, ha obliato e cancellato qualunque riferimento al Professore.
Come se non fosse mai esistito.
Pure il villaggio Emanuele ha cambiato nome.
E tutte le targhe che portavano il nome di Emanuele anche negli ospedali sono state rimosse.
Parasassi si crede il nuovo e unico imperatore di una Fondazione che gli è stata regalata senza meriti e senza merito e lasciata in eredità dalle buone anzi ottime relazioni bancarie del Professore – al punto che il solo Caravaggio “Cristo con la corona di spine” in questi giorni in mostra e’ stato assicurato per ben 352 milioni di euro, per non parlare dei Gentileschi, dei Veronese, dei Tintoretto e moltissimi altri esposti, mostre il cui premio assicurativo milionario può essere sostenuto solo grazie alle ricche finanze a disposizione – e ha pugnalato senza remore e senza dignità l’uomo a cui egli deve tutto.
Ha forse sbagliato il Professore a fidarsi di Parasassi?
Eppure anni fa più di una persona glielo aveva detto.
Ma si sa che i potenti – oltre ai cerchi tragici che li fanno sentire sicuri e più grandi di quello che già sono – amano moltissimo le persone false e adulanti, gli zerbini a comando.
Preferiscono gli yes men e gli adulatori ai manager indipendenti e leali con competenze vere, gli scribacchini ai comunicatori veri e capaci.
Morale di questa favola?
E’ vietato persino il solo nominare il creatore e il mecenate della Fondazione Roma Emmanuele Francesco Maria Emanuele.
Il suo nome e’ diventato un tabù’.
Lo ricorderanno senza dubbio e senza secondi fini coloro che hanno avuto l’onore e il privilegio di conoscerlo personalmente e di capirne la grandezza.