Altri graffi

Il Sud e il Piano Mattei

Cesare Scotoni - IlGraffio - Monica Macchioni
Una narrazione cominciata nel 1981, con la fine dell’obbligo per Banca d’Italia di acquistare il non collocato dei titoli di stato del debito italiano e la progressiva alla sovranità monetaria, va volgendo al termine.

Di Cesare Scotoni

E con quella mezzo secolo di autentici misfatti il cui unico fine sembra sia stato quello di frenare il “boom economico” che aveva permesso ad un Paese diviso e distrutto di scalare con le proprie manifatture ed un sistema industriale articolato tra il pubblico ed il privato di scalare le graduatorie mondiali del Prodotto Interno Lordo.

Percorso cominciato con la Comunità Europea per il Carbone e per l’Acciaio e un lodevole intento cooperativo finalizzato ad evitare che la competizione per le materie prime si trasformasse in un altro conflitto armato in quel lembo di Europa.

Non ci è dato di sapere se il triennio conclusosi con l’assassinio di Aldo Moro e quei tanti sottintesi fosse o meno propedeutico a quel drammatico passaggio, certo che a quello seguirono una costante cessione di sovranità verso le potenze continentali e un brusco cambio delle politiche industriali.

Alle scelte di Maastricht seguì poi da oltre Atlantico la decapitazione per via giudiziaria di una classe dirigente ritenuta non più affidabile e la ricerca da parte dei nuovi (e vecchi) arrivati dell’ombrello antinflattivo di una moneta continentale (quasi) unica nella nuova competitività tra alleati nella NATO cui avevano dato la stura l’apertura dei mercati dell’Est Europa ed il conflitto nella ex Jugoslavia.

L’aver delegato poi nel 2005 alle ambizioni tedesche ciò che restava del sogno di un’Europa Unita ed in Pace si è rivelato un errore strategico la cui responsabilità è figlia di una specifica classe dirigente e del periodo in cui Romano Prodi guidò malamente la Commissione Europea.

Il “chi è causa del suo mal, pianga sé stesso” però non offre alcuna giustificazione a ciò che si visse poi tra il 2010 ed il 2016.

Con i due governi Conte l’Italia toccò il fondo ed il riesumare l’ex Presidente della BCE per “sterzare” su di un PNRR altrimenti destinato a condurre il Paese ad un’altra stagione di svendite e la firma del Patto del Quirinale con Parigi non riportarono comunque un ambasciatore USA a Roma, cosa riuscita poi al Governo Meloni.

Se la guerra non dichiarate tra USA e Cina su risorse energetiche e materie prime procede ormai da 25 anni senza interruzione, United Kingdom, Francia e Germania si ritrovano impossibilitate ad esercitare una leadership credibile e l’asse Parigi, Berlino, Mosca è andato definitivamente in soffitta.

Il Grande Mediterraneo, quello che va da Gibilterra al Caspio è tornato centrale, la Turchia è sopravvissuta alla NATO nel luglio 2016 e, con l’accordo su Assad con Mosca, ha ripreso un ruolo che le veniva negato fin dal 1916.

Nel mentre gli USA hanno sostituito London nel Golfo Persico ed il Nord Atlantico perde peso rispetto all’Oceano Indiano.

Per cui un cambiamento radicale, cominciato con l’attacco a Belgrado del 24 marzo 1999, giunge ad una conclusione che solo agli sciocchi appare inaspettata ed i cui contorni sono chiari fin dal 2014.

Non è più importante se questa Unione Europea saprà riformarsi politicamente ed economicamente poiché l’antica scommessa è stata persa in malo modo e quelle ambizioni sono già in archivio.

La sfida di oggi e di domani per noi è: “che cosa si può fare ora perché l’impegno di tanti che in 30 anni fecero grande questo Paese non venga ulteriormente disperso?”.

Poche cose subito.

Prendere atto che in un Paese di radicata tradizione cattolica e popolare, dove il manifatturiero ed il capitale han sempre faticato ad incontrarsi, la banale rincorsa ad un’iconografia “Liberale e Liberista” non trova radici.

E che il fattore dimensionale ancora necessita di un presidio solido e statuale che sappia interpretare un interesse nazionale.

Comprendere che il Paese ha già perso degli spazi in cui in passato ha costruito successi ed espresso eccellenti capacità.

E che ora non ha più senso investire sulle sconfitte.

Con buona pace del Ministero preposto.

Focalizzarsi sulle Nuove Tecnologie e Modelli di Business che valorizzino la Flessibilità che da sempre caratterizza il nostro tessuto economico.

Smettere di fare chiacchiere e scommettere denaro vero sul piano Mattei ed allargarne le prospettive al Grande Mediterraneo.

La Fiera del Mediterraneo è quella di BARI e li si deve investire (tanto) per parlare a quell’area.

Creare integrazioni di filiera con i diversi Paesi rivieraschi, non solo sui settori più tradizionali, ma su comparti in cui l’Italia ha ancora una riconoscibilità sui mercati.

Ricordarsi quindi che il Ponte sullo Stretto può essere un biglietto da visita ed un’opportunità di partnership per l’intero settore delle infrastrutture.

Un polo della cantieristica su Taranto, la filiera dell’idrogeno per i motori a combustione interna, le tecniche per l’agricoltura di precisione ed il risparmio di acqua, suolo e fertilizzanti.

Il Sud è l’indispensabile baricentro di un Piano Mattei che sia di traino al Paese in questa fase complicata.

Investire oggi è una necessità strategica.

E l’Italia vince se saprà vendere soluzioni.