di Monica Macchioni
Chi ha conosciuto e frequentato Vittorio per anni sa che la sua principale caratteristica è sempre stata l’empatia, la gioia dello stringere le mani alle persone, la complicità umana del suo appoggiarsi sulla spalla del prossimo, il sorriso per l’essere sempre circondato da gente benevolente.
Ha sempre amato essere al centro della attenzione, e ha sempre tratto linfa vitale dalla approvazione e dall’affetto della gente nei suoi confronti.
Uno Sgarbi sempre attorniato da una folla eterogenea – dal contadino al cardinale, dal mercante d’arte al giornalista, dalla diva porno al principe e agli studenti – una fitta e irrinunciabile corte fatta di ammiratori stabili e fissi negli anni ma anche di curiosi transeunti, tutti mescolati fra loro e da cui lui traeva una energia vitale cosmica dove lo Sgarbi era il centro e al centro di tutto. Li portava spesso anche in casa, accatastati sulle poltrone e sui divani, in fila ad ammirarlo e ad aspettare che lui dedicasse loro anche solo 1 minuto prezioso del suo tempo. Finiva spesso in una visita guidata alle opere d’arte presenti, sculture e quadri che lui sapientemente – gratificato dalla presenza di quel pubblico eterogeneo e adorante – descriveva con una passione unica. E dal quel pubblico rinnovava all’infinito la sua energia vitale.
Chi era ieri a Torino ha visto invece uno Sgarbi sfinge, senza emozioni, freddo, distante, uno Sgarbi che camminava stancamente e ricurvo circondato dal cerchio tragico, quasi gli facesse da filtro, anzi da muro invalicabile tra la sua anima e il resto del mondo.
Ma la gente ha potuto vedere coi suoi occhi e toccare con mano durante la meccanica firma-copia del suo ultimo libro che il re è nudo. Non convince affatto la versione rivista e corretta di uno Sgarbi addomesticato, in salsa mistico-bucolica, che in nulla assomiglia al vero Sgarbi anti-borghese, dannunziano, marinettiano, individualista, provocatore e totalmente libero come ha scelto di essere per tutta la vita.
Parole sante e vere quelli del suo manager Sauro Moretti rilasciate alla scrupolosissima e bravissima Nina Verdelli, giornalista di Vanity Fair, il quale ha liquidato definitivamente il grande rapporto di amicizia e professionale che lo ha legato a Vittorio per trent’anni: “Facciamocene una ragione, il Vittorio Sgarbi che abbiamo tanto amato, inseguito, provato a emulare per i suoi successi, libero da tutto e da TUTTE, non c’è più’ dal 2023!”
L’intento evidente di chi lo gestisce oggi è quello di dimostrare a poche settimane dalla Ctu che Vittorio Sgarbi sta benissimo, è perfettamente capace di intendere e di volere e dunque può sposarsi.
Tutti sappiamo cosa Vittorio ha sempre pensato e scritto sul matrimonio, così come tutti conosciamo la sua vita e i suoi amori. Quelli veri, non quelli esibiti alle cene di gala o scritti in un copione prestabilito e malscritto, ad uso e consumo dei giudici. A maggior ragione la domanda vera è la seguente: come mai in tutti questi mesi i consulenti di parte della figlia Evelina e del fratello Carlo non hanno mai avuto in lettura le cartelle cliniche dell’Ospedale Gemelli di Roma e della clinica privata di San Rossore? Cosa c’è scritto di cosi sconveniente che non debba trapelare all’esterno? Quali responsabilità si potrebbero annidare o scovare in quelle cartelle, così gravi evidentemente che vale la pena inventarsi la qualunque, compresi inusuali e irrituali incontri con Sani del Gemelli pur di poter evitare che esse vengano – come prevede la legge – visionate dai periti di parte affinchè siano messi nelle condizioni professionali e serie per poter scrivere la loro relazione con scientificità e non “a sentimento”?
Sicuramente l’effetto del litio si fa sentire sul soggetto, ma siamo davvero sicuri che lo stato di apatia e insensibilità rispetto al pubblico sia solo depressione?
La frase che ieri a Torino Vittorio ha dedicato pubblicamente a Sabrina Colle – per chi ha conosciuto da vicino Sgarbi – dice davvero tutto. Ciascuno di noi, nel proprio intimo, medici e magistrati inclusi, scevri da pressioni politiche e sociali, potra’ valutare se si tratta della dichiarazione d’amore di un uomo innamorato e consapevole, grato alla sua donna, oppure dell’effetto collaterale di una possibile Sindrome di Stoccolma.
“Basta guardarle lo sguardo da lontano. Ha il cielo negli occhi come ha l’ispirazione lirica che la induce a fare da guida, a indicare la strada, a me che con la mano sembro volerla conquistare, volerla prendere, trovare la strada appunto davanti a un mondo che ci aspetta e in cui lei guarda oltre quelli che ho davanti, e vede lo spirito e sente l’anima, sente il pensiero e me lo trasmette con l’amore e la passione con cui mi ha sempre sostenuto nel corso degli anni”.


