Le creazioni di Santalena nascono da un paradosso fecondo, ovvero l’utilizzo della termoformatura ad aspirazione pneumatica. Una tecnica squisitamente industriale in cui un polimero sintetico, scaldato fino a diventare malleabile, viene risucchiato dal vuoto atmosferico e costretto ad aderire a una matrice microforata. Sulle superfici termoformate, opache e profonde, l’artista interviene nuovamente con la mano, inserendo elementi in plexiglass dalle tonalità sature, lucide e riflettenti. È qui che la materia industriale incontra la poesia del gesto.
“La superficie opaca modella i volumi come piante di una città ideale, mentre gli innesti lucidi catturano la luce, emergendo dalla profondità.” dichiara la gallerista e curatrice Migena Hajdari “La struttura cessa così di essere una superficie inerte per trasformarsi nella mappa tridimensionale di un quartiere immaginario.”

L’esposizione si configura come un labirinto rizomatico in cui perdersi è l’unico modo per ritrovarsi. Non esistono linee ortodosse, ma cadenze di una gestualità molecolare, un filtro sapienziale che conduce chi guarda dritto verso l’antro magico della propria coscienza.
“Spazialità reale a specchio con spazialità virtuale” commenta il Prof. Pasquale Lettieri, critico d’arte “in un gioco che è il fenomeno visibilmente avvertito di un confronto immaginario, sollecitato da un grande spartito fantastico, di cui sembra emergere un silenzio di pienezza, con una musicalità che ognuno compone e ricompone nella propria testa, come monologo interiore, che dal visibile, transita nell’invisibile.”
Con questa sinfonia visiva e volumetrica, lo spazio espositivo si trasforma in un teatro della percezione, offrendo al pubblico un’inedita e immersiva chiave di lettura della materia contemporanea. L’esposizione sarà visitabile fino al 4 novembre 2026.
Le creazioni di Santalena nascono da un paradosso fecondo, ovvero l’utilizzo della termoformatura ad aspirazione pneumatica. Una tecnica squisitamente industriale in cui un polimero sintetico, scaldato fino a diventare malleabile, viene risucchiato dal vuoto atmosferico e costretto ad aderire a una matrice microforata. Sulle superfici termoformate, opache e profonde, l’artista interviene nuovamente con la mano, inserendo elementi in plexiglass dalle tonalità sature, lucide e riflettenti. È qui che la materia industriale incontra la poesia del gesto.

“La superficie opaca modella i volumi come piante di una città ideale, mentre gli innesti lucidi catturano la luce, emergendo dalla profondità.” dichiara la gallerista e curatrice Migena Hajdari “La struttura cessa così di essere una superficie inerte per trasformarsi nella mappa tridimensionale di un quartiere immaginario.”
L’esposizione si configura come un labirinto rizomatico in cui perdersi è l’unico modo per ritrovarsi. Non esistono linee ortodosse, ma cadenze di una gestualità molecolare, un filtro sapienziale che conduce chi guarda dritto verso l’antro magico della propria coscienza.
“Spazialità reale a specchio con spazialità virtuale” commenta il Prof. Pasquale Lettieri, critico d’arte “in un gioco che è il fenomeno visibilmente avvertito di un confronto immaginario, sollecitato da un grande spartito fantastico, di cui sembra emergere un silenzio di pienezza, con una musicalità che ognuno compone e ricompone nella propria testa, come monologo interiore, che dal visibile, transita nell’invisibile.”
Con questa sinfonia visiva e volumetrica, lo spazio espositivo si trasforma in un teatro della percezione, offrendo al pubblico un’inedita e immersiva chiave di lettura della materia contemporanea. L’esposizione sarà visitabile fino al 4 novembre 2026.


