Negli ultimi anni, e con crescente diffusione sui social network, si parla di autofagia come di un meccanismo attraverso il quale il corpo umano sarebbe in grado di eliminare autonomamente le cellule malate durante il digiuno.
Alcuni contenuti attribuiscono al biologo giapponese Yoshinori Ohsumi, Premio Nobel per la Medicina nel 2016, la scoperta di un metodo capace di prevenire o addirittura sconfiggere il cancro e la malattia di Alzheimer.
Quanto c’è di vero?
«La scoperta scientifica è autentica, ma la sua interpretazione richiede molta attenzione.
Yoshinori Ohsumi ha ricevuto il Premio Nobel per la Fisiologia o Medicina nel 2016 per aver chiarito alcuni meccanismi fondamentali dell’autofagia, un processo biologico attraverso il quale le cellule degradano e riciclano componenti intracellulari.
Si tratta di una scoperta straordinaria, che ha aperto nuove prospettive nella comprensione dell’invecchiamento, delle malattie neurodegenerative e dei tumori.
Tuttavia, Ohsumi non ha scoperto una terapia contro il cancro o l’Alzheimer e non ha dimostrato che il digiuno possa guarire queste patologie.
Confondere una scoperta di biologia cellulare con un trattamento clinicamente efficace significa compiere un salto interpretativo che le evidenze scientifiche non consentono (The Nobel Prize, The Nobel Prize in Physiology or Medicine 2016, Press Release, 3 ottobre 2016).»
Chi è esattamente Yoshinori Ohsumi e perché il suo contributo è considerato così importante nella storia della medicina?
«Yoshinori Ohsumi è un biologo cellulare giapponese, nato nel 1945, che ha dedicato una parte fondamentale della propria attività scientifica allo studio dei meccanismi di degradazione e riciclo intracellulare.
All’inizio degli anni Novanta condusse esperimenti sul lievito Saccharomyces cerevisiae, identificando geni essenziali per il funzionamento dell’autofagia.
Queste ricerche permisero di comprendere processi conservati nel corso dell’evoluzione e presenti anche nelle cellule umane. Il valore della sua scoperta consiste nell’aver contribuito a spiegare come le cellule mantengano il proprio equilibrio, reagiscano alla carenza di nutrienti e gestiscano componenti danneggiati. Il riconoscimento del Nobel riguarda precisamente questi meccanismi molecolari, non l’elaborazione di una dieta anticancro (The Nobel Prize, Advanced Information, Discoveries of Mechanisms for Autophagy, 2016).»
Che cosa accade realmente all’interno delle cellule durante l’autofagia? Possiamo parlare di un sistema naturale di pulizia dell’organismo?
«L’espressione pulizia cellulare può essere utile per divulgare il concetto, purché non venga interpretata letteralmente.
L’autofagia è un sistema di controllo della qualità e di riciclo dei componenti intracellulari.
Nella forma più studiata, denominata macroautofagia, porzioni del citoplasma, proteine o organelli vengono racchiusi in strutture delimitate da membrane, gli autofagosomi, che successivamente si fondono con i lisosomi.
Gli enzimi lisosomiali degradano il materiale e rendono disponibili molecole che possono essere riutilizzate.
Questo processo contribuisce all’omeostasi cellulare, alla risposta agli stress e al mantenimento della funzionalità dei tessuti.
È importante precisare che l’autofagia non si accende esclusivamente quando smettiamo di mangiare: esiste anche un’attività autofagica basale, continuamente regolata dall’organismo (The Nobel Prize, Advanced Information, 2016).»
È vero che durante il digiuno le cellule sane cominciano a nutrirsi delle cellule tumorali, determinandone la distruzione?
«No. Questa rappresentazione, frequentemente diffusa sui social, è scientificamente inesatta.
L’autofagia consiste prevalentemente nella degradazione di componenti all’interno della stessa cellula, non in un processo attraverso il quale le cellule sane divorano selettivamente quelle tumorali. Inoltre, il rapporto tra autofagia e cancro è particolarmente complesso. In alcune condizioni, un’efficiente attività autofagica contribuisce a limitare danni cellulari e alterazioni che possono favorire la trasformazione neoplastica.
In altri contesti, quando un tumore è già sviluppato, le cellule cancerose possono utilizzare l’autofagia per adattarsi alla scarsità di nutrienti, allo stress metabolico e, talvolta, alle sollecitazioni provocate dalle terapie.
L’autofagia può dunque svolgere funzioni differenti a seconda del tipo di tumore, dello stadio della malattia e del contesto biologico.
Non esiste alcuna dimostrazione che il semplice digiuno determini l’eliminazione selettiva delle cellule tumorali nell’essere umano (The Nobel Prize, Advanced Information, 2016; National Cancer Institute, Dictionary of Cancer Terms, Autophagy).»
Perché, allora, numerosi ricercatori studiano il digiuno e la restrizione calorica come possibili strumenti complementari nella lotta contro i tumori?
«Perché la disponibilità di nutrienti influenza profondamente il metabolismo cellulare. Il digiuno e determinate forme di restrizione calorica possono modificare i livelli di glucosio, insulina e IGF-1, oltre all’attività di importanti sistemi di segnalazione molecolare, tra cui AMPK e mTOR.
Questi meccanismi partecipano alla regolazione della crescita cellulare, del metabolismo energetico e dell’autofagia.
Alcuni studi preclinici hanno osservato che determinate condizioni di restrizione nutrizionale possono modificare la risposta delle cellule tumorali ai trattamenti e favorire, in specifici modelli, una maggiore resistenza allo stress da parte delle cellule sane.
Si tratta di risultati interessanti, ma non automaticamente trasferibili alla pratica clinica.
L’effetto dipende da numerose variabili e non può essere generalizzato a tutte le neoplasie.
La ricerca sta cercando di comprendere se particolari interventi nutrizionali, attentamente controllati, possano migliorare alcuni esiti terapeutici, non se sia possibile sostituire le cure oncologiche con il digiuno (ASCO, Exercise, Diet, and Weight Management During Cancer Treatment: Guideline, Journal of Clinical Oncology, 2022).»
Esistono sperimentazioni cliniche sull’essere umano che abbiano dimostrato risultati concreti?
«Sì, esistono sperimentazioni cliniche, ma occorre interpretarne correttamente i risultati. Uno degli studi più conosciuti è il trial DIRECT, pubblicato nel 2020 su Nature Communications, che ha coinvolto 131 donne con carcinoma mammario HER2-negativo in stadio II o III.
Le ricercatrici e i ricercatori hanno valutato l’associazione tra una dieta mima-digiuno e la chemioterapia neoadiuvante.
Sono emersi alcuni segnali favorevoli nella risposta radiologica e in determinate analisi della risposta patologica, ma lo studio non ha dimostrato una riduzione significativa della tossicità complessiva né un miglioramento della risposta patologica completa.
Una successiva analisi critica pubblicata sulla stessa rivista ha sottolineato proprio questi limiti.
Non è quindi corretto presentare il trial come la dimostrazione che la dieta mima-digiuno faccia regredire autonomamente un tumore o migliori la sopravvivenza.
È una linea di ricerca che richiede ulteriori studi, anche per identificare quali pazienti potrebbero eventualmente beneficiarne e con quali condizioni di sicurezza (de Groot et al., Nature Communications, 2020, 11, 3083; Vernieri et al., Nature Communications, 2020, 11, 4274).»
In Italia, Valter Longo ha dedicato numerosi studi alla dieta mima-digiuno. Quali differenze esistono tra le sue ricerche e quelle di Yoshinori Ohsumi?
«Il contributo dei due ricercatori riguarda livelli differenti della conoscenza scientifica.
Ohsumi ha contribuito a identificare i meccanismi genetici e molecolari dell’autofagia.
Valter Longo, biogerontologo italiano, ha studiato il rapporto tra nutrienti, metabolismo, invecchiamento e risposta cellulare allo stress, sviluppando anche protocolli di dieta mima-digiuno.
Quest’ultima non coincide con l’astensione totale dal cibo, ma prevede una restrizione nutrizionale strutturata, concepita per riprodurre alcune modificazioni metaboliche associate al digiuno. Le sue possibili applicazioni sono oggetto di studi sperimentali e clinici.
È essenziale distinguere gli effetti osservati su marcatori metabolici o biologici dalla dimostrazione di benefici su esiti clinici fondamentali, come la sopravvivenza oncologica o la prevenzione delle malattie neurodegenerative.
Un risultato promettente non rappresenta automaticamente una terapia validata (de Groot et al., Nature Communications, 2020; ASCO, Journal of Clinical Oncology, 2022).»
Anche Franco Berrino, noto epidemiologo italiano, sostiene da tempo l’importanza dell’alimentazione nella prevenzione delle malattie croniche. Le sue indicazioni possono essere considerate una prosecuzione delle scoperte di Ohsumi?
«Sarebbe improprio parlare di una prosecuzione diretta. Franco Berrino ha contribuito alla ricerca epidemiologica sul rapporto tra alimentazione, metabolismo e rischio oncologico, dedicando particolare attenzione alla prevenzione attraverso gli stili di vita.
Nella sua attività divulgativa ha affrontato anche il tema degli intervalli notturni senza assunzione di cibo. Le ricerche di Ohsumi, invece, appartengono principalmente alla biologia cellulare e molecolare.
Il punto di contatto riguarda il ruolo della regolazione metabolica nella salute, ma gli ambiti di studio non sono sovrapponibili.
È inoltre necessario distinguere le raccomandazioni alimentari sostenute da solide evidenze epidemiologiche dalle ipotesi, ancora oggetto di sperimentazione, relative agli effetti terapeutici di specifici protocolli di digiuno.
La prevenzione oncologica non dipende da un singolo comportamento, ma da un insieme di fattori, tra cui alimentazione, attività fisica, controllo del peso corporeo, astensione dal fumo, limitazione dell’alcol e adesione ai programmi di screening appropriati (World Cancer Research Fund e American Institute for Cancer Research, Cancer Prevention Recommendations).»
Alcuni lettori potrebbero associare queste teorie al Metodo Di Bella. Esiste davvero una relazione scientifica?
«Non esiste una corrispondenza tra il Metodo Di Bella e le ricerche di Ohsumi sull’autofagia. Luigi Di Bella, medico italiano, elaborò un multitrattamento oncologico che prevedeva l’impiego combinato di sostanze come somatostatina o octreotide, melatonina, bromocriptina e retinoidi, con ulteriori farmaci in alcuni protocolli.
Non si trattava di una terapia basata sul digiuno o sull’induzione dell’autofagia.
È opportuno ricordare che nel 1998 vennero condotte in Italia sperimentazioni cliniche di fase II su 386 pazienti con neoplasie avanzate. I risultati, pubblicati sul British Medical Journal nel 1999, non mostrarono remissioni complete e documentarono tre remissioni parziali.
Gli autori conclusero che il multitrattamento non aveva evidenziato un’efficacia sufficiente a giustificare ulteriori sperimentazioni secondo il disegno allora valutato.
Poiché si trattava di studi non controllati, i risultati devono essere descritti nei loro precisi limiti metodologici.
Non sarebbe corretto confondere questo percorso storico con le moderne ricerche sulla regolazione metabolica e sull’autofagia (Evaluation of an Unconventional Cancer Treatment: The Di Bella Multitherapy, British Medical Journal, 1999, 318, 224–228).»
La scoperta dell’autofagia è stata davvero opera esclusiva di Yoshinori Ohsumi oppure altri scienziati avevano già individuato questo fenomeno?
«La storia della scoperta è più articolata.
Il concetto di autofagia si sviluppò negli anni Sessanta e il termine venne introdotto dal biologo belga Christian de Duve, Premio Nobel per la Medicina nel 1974 per le scoperte relative all’organizzazione strutturale e funzionale della cellula.
Ohsumi ebbe successivamente un ruolo decisivo nell’identificazione dei geni e dei meccanismi molecolari che regolano il processo.
Il Nobel del 2016 gli venne attribuito proprio per questo contributo.
Il primato, quindi, non riguarda l’aver scoperto che il digiuno guarisce determinate malattie, ma l’aver fornito strumenti fondamentali per comprendere il funzionamento dell’autofagia. La scienza procede attraverso contributi successivi, che è importante riconoscere senza attribuire a un singolo ricercatore risultati che non gli appartengono (The Nobel Prize, 1974 e 2016).»
Un altro tema molto discusso riguarda l’Alzheimer. L’autofagia potrebbe impedire l’accumulo delle proteine responsabili della neurodegenerazione?
«L’ipotesi presenta un fondamento biologico, ma richiede una distinzione tra i meccanismi osservati sperimentalmente e i risultati clinici.
La malattia di Alzheimer è associata, tra le altre alterazioni, all’accumulo patologico di beta-amiloide e proteina tau, a disfunzioni sinaptiche, a processi neuroinfiammatori e ad alterazioni dei sistemi di degradazione cellulare.
L’autofagia e la funzione lisosomiale partecipano alla regolazione della qualità delle proteine e all’eliminazione di determinati componenti intracellulari.
Alcuni studi su modelli cellulari e animali suggeriscono che intervenire su queste vie biologiche possa influenzare processi collegati alla neurodegenerazione.
Tuttavia, nell’essere umano non è stato dimostrato che il digiuno intermittente prevenga l’Alzheimer, elimini le alterazioni patologiche già presenti o arresti la progressione della malattia.
Le ricerche disponibili non consentono di trasformare questa ipotesi in una raccomandazione terapeutica generale (Frontiers in Nutrition, Intermittent Fasting and Neuroprotection in Alzheimer’s Disease: Metabolic Mechanisms, Cellular Signaling, and Brain-Peripheral Crosstalk, 2026; Applied Sciences, Autophagy Stimulation by Intermittent Fasting and Its Potential Neuroprotective Role in Alzheimer’s Disease, 2026).»
Il digiuno intermittente può comunque avere effetti positivi sulla salute del cervello?
«Alcuni studi hanno esaminato i possibili effetti del digiuno intermittente sulla flessibilità metabolica, sulla sensibilità insulinica, sulla produzione di corpi chetonici e su determinati processi associati alla neuroinfiammazione.
In modelli sperimentali sono stati osservati risultati di interesse anche in relazione alla plasticità neuronale.
Tuttavia, le evidenze cliniche sui disturbi neurocognitivi sono ancora limitate e non permettono conclusioni definitive sulla prevenzione della demenza.
Inoltre, occorre considerare che un eventuale beneficio metabolico non coincide necessariamente con una riduzione del rischio di Alzheimer.
La ricerca deve ancora chiarire quali interventi siano efficaci, in quali popolazioni e con quali effetti nel lungo periodo (Frontiers in Nutrition, 2026; Intermittent Fasting and Neurocognitive Disorders: What the Evidence Shows, Clinical Nutrition ESPEN, 2025).»
Dopo quante ore di digiuno si attiverebbe l’autofagia? È vero che occorre attendere sedici, ventiquattro o settantadue ore?
«Non esiste una soglia temporale universalmente validata per l’essere umano.
L’autofagia è un processo fisiologico già attivo a livello basale e può essere modulato dalla disponibilità di nutrienti, dall’attività ormonale e dalle condizioni dei diversi tessuti.
Alcuni esperimenti hanno documentato modificazioni dell’attività autofagica in risposta alla privazione di nutrienti, ma i risultati ottenuti su lieviti o animali non possono essere automaticamente tradotti in un numero preciso di ore applicabile a ogni persona.
Inoltre, misurare l’autofagia nell’essere umano richiede metodologie specifiche e non equivale a rilevare semplicemente la presenza di corpi chetonici o una riduzione della glicemia.
Le affermazioni secondo cui dopo un determinato numero di ore il corpo inizierebbe a eliminare le cellule tumorali non sono sostenute da prove cliniche adeguate (The Nobel Prize, Advanced Information, 2016).»
Esistono rischi nel seguire autonomamente digiuni prolungati, soprattutto per chi soffre di patologie oncologiche o assume farmaci?
«Certamente. Il digiuno non è privo di rischi e non può essere considerato una pratica universalmente appropriata.
Nei pazienti oncologici, soprattutto in presenza di malnutrizione, perdita involontaria di peso, sarcopenia o cachessia, una restrizione nutrizionale non controllata può aggravare condizioni cliniche già delicate.
Ulteriori rischi possono riguardare persone con diabete trattato farmacologicamente, soggetti fragili, donne in gravidanza e persone con disturbi del comportamento alimentare.
Le linee guida ESPEN raccomandano di evitare restrizioni energetiche nei pazienti oncologici malnutriti o a rischio di malnutrizione.
Le linee guida ASCO evidenziano inoltre che le prove disponibili non sono sufficienti per raccomandare il digiuno come intervento capace di migliorare il controllo del tumore, la tossicità dei trattamenti o la qualità della vita durante le cure.
Eventuali protocolli sperimentali devono essere valutati all’interno di un percorso medico e nutrizionale appropriato (ESPEN Guidelines on Nutrition in Cancer Patients, Clinical Nutrition, 2017; ASCO Guideline, Journal of Clinical Oncology, 2022).»
Qual è, quindi, la differenza tra prevenzione oncologica, ricerca sperimentale e cura di un tumore già diagnosticato?
«Sono tre ambiti che non devono essere confusi.
La prevenzione primaria riguarda la riduzione dei fattori di rischio modificabili prima dell’insorgenza della malattia.
La ricerca sperimentale studia nuovi meccanismi biologici e possibili interventi, che devono essere successivamente valutati attraverso sperimentazioni cliniche adeguate.
La cura di un tumore diagnosticato richiede invece decisioni basate sul tipo di neoplasia, sullo stadio, sulle caratteristiche molecolari e sulle condizioni del paziente, attraverso trattamenti la cui efficacia sia stata valutata scientificamente.
Un intervento alimentare può avere un ruolo importante nel supporto nutrizionale e nella salute generale, ma non può essere presentato come sostitutivo delle terapie oncologiche validate.
È altrettanto importante non confondere la modificazione di un biomarcatore con la dimostrazione di una riduzione della mortalità o del rischio di recidiva (ASCO, Journal of Clinical Oncology, 2022; ESPEN, Clinical Nutrition, 2017).»
Perché sui social una scoperta scientifica autentica viene spesso trasformata nella promessa di una cura rivoluzionaria?
«Perché la comunicazione digitale tende talvolta a privilegiare messaggi immediati, emotivamente coinvolgenti e facilmente condivisibili rispetto alla complessità dei risultati scientifici.
Espressioni come il digiuno elimina il cancro o il Nobel ha scoperto come prevenire l’Alzheimer possono attirare l’attenzione, ma rischiano di trasmettere conclusioni non dimostrate.
Una corretta divulgazione dovrebbe distinguere tra osservazioni sperimentali, associazioni statistiche, ipotesi biologiche e prove cliniche di efficacia. Il riferimento a un Premio Nobel conferisce autorevolezza alla scoperta effettivamente premiata, non a qualsiasi interpretazione successivamente associata al nome dello scienziato.
La responsabilità di chi comunica informazioni sanitarie consiste anche nel preservare questa distinzione, soprattutto quando i destinatari potrebbero essere persone malate o familiari alla ricerca di nuove possibilità terapeutiche.»
Alla luce delle conoscenze scientifiche attuali, possiamo dunque affermare che il digiuno rappresenti una nuova frontiera della medicina?
«Possiamo considerare lo studio delle risposte metaboliche alla restrizione nutrizionale un settore di ricerca rilevante, con possibili applicazioni future in diversi ambiti della medicina.
Non possiamo però affermare che il digiuno rappresenti una cura dimostrata per il cancro o per l’Alzheimer.
L’autofagia è un meccanismo biologico essenziale, ma la sua regolazione è complessa e non necessariamente produce gli stessi effetti in cellule sane, cellule tumorali e tessuti neurologici.
La medicina deve valutare non soltanto la plausibilità di un meccanismo, ma anche l’efficacia, la sicurezza e il rapporto tra benefici e rischi nelle persone.
È proprio questa distinzione a separare una prospettiva scientifica promettente da una raccomandazione clinica consolidata.»
Quale messaggio desidera lasciare ai lettori che, dopo aver visto questi contenuti, potrebbero essere tentati di sperimentare il digiuno per prevenire o affrontare una malattia?
«Il mio invito è a non confondere la speranza con una certezza scientifica e, soprattutto, a non trasformare informazioni divulgative in decisioni terapeutiche autonome.
La scoperta di Yoshinori Ohsumi costituisce un risultato straordinario nella comprensione della biologia cellulare e merita di essere conosciuta per ciò che ha realmente dimostrato.
La ricerca sull’autofagia, sul metabolismo e sulla restrizione nutrizionale continua a offrire interrogativi importanti e prospettive interessanti, ma nessuna di queste conoscenze autorizza ad affermare che digiunare significhi eliminare un tumore o prevenire con certezza l’Alzheimer.
Ritengo che il valore della divulgazione scientifica consista proprio nel rendere accessibili argomenti complessi senza alterarne il significato.
Informare correttamente significa rispettare la ricerca, i pazienti e il diritto dei cittadini a ricevere notizie fondate su evidenze verificabili.
Ringrazio gli scienziati che dedicano il proprio lavoro allo studio di questi meccanismi e i lettori che scelgono di approfondire la conoscenza attraverso un’informazione rigorosa, responsabile e indipendente.»
Nota scientifica ed editoriale
L’intervista ha finalità esclusivamente informative e divulgative.
Le considerazioni riportate si riferiscono alla letteratura scientifica disponibile alla data del 10 ottobre 2026 e non costituiscono indicazioni diagnostiche, prescrizioni dietetiche o raccomandazioni terapeutiche individuali.
I risultati di studi preclinici e sperimentazioni cliniche preliminari non devono essere interpretati come dimostrazione dell’efficacia del digiuno nella prevenzione o nella cura dei tumori e delle malattie neurodegenerative.
Nessuna modifica dell’alimentazione o dei trattamenti prescritti dovrebbe essere intrapresa senza un’appropriata valutazione sanitaria, soprattutto in presenza di patologie o terapie farmacologiche.
Ringraziamo la Dottoressa Valentina Pelliccia per il suo contributo!


