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«Contro l’oblio, restano i nomi». Intervista a Maurizio Lancellotti su Apocalisse. Gaza. La Gru Edizioni, settembre 2026

Apocalisse, Maurizio Lancellotti - IlGraffio - Monica Macchioni
Con Apocalisse. Gaza, pubblicato da Edizioni La Gru a fine settembre 2026, Maurizio Lancellotti sceglie la forma del romanzo e della prosa poetica per raccontare una Gaza contemporanea attraverso uno degli archetipi più potenti della cultura occidentale: l’Apocalisse di Giovanni.

Al centro del libro c’è Amal, una chirurga che, mentre cura i feriti in ospedali e rifugi improvvisati, annota in un quaderno i nomi dei morti, dei dispersi e dei sopravvissuti. Intorno a lei le immagini dell’antico testo biblico cambiano forma: le trombe diventano sirene, i cavalieri attraversano il cielo contemporaneo, il Libro della vita diventa un fragile quaderno umano.

Ma Apocalisse. Gaza è anche il primo tassello di un progetto narrativo più vasto: una pentalogia ancora complessivamente inedita che rilegge in chiave laica alcuni grandi archetipi biblici per interrogare l’uomo contemporaneo.

Ne parliamo con l’autore.

Il titolo è Apocalisse. Gaza. Perché proprio l’Apocalisse per raccontare Gaza?

Perché a un certo punto mi sono posto una domanda molto semplice: che cosa accade quando le immagini che per secoli abbiamo considerato simboli della fine del mondo sembrano essere già entrate nella cronaca?

L’Apocalisse di Giovanni narra di cavalieri, trombe, fame, morte, città che crollano, giudizio. Io ho provato a trasportare quella grammatica nel presente. Ma non volevo semplicemente sostituire un cavaliere con un drone o una tromba con una sirena. Mi interessava un movimento più profondo: utilizzare l’Apocalisse per leggere Gaza e, contemporaneamente, lasciare che Gaza modificasse il nostro modo di leggere l’Apocalisse.

Nel romanzo la rivelazione non scende più dal cielo. Sale dal pavimento di un rifugio, dall’odore del cloro, dalla polvere, dalle garze, dalla mancanza d’acqua.

L’Apocalisse non annuncia qualcosa che forse verrà: costringe a vedere qualcosa che sta già accadendo.

In questo senso nel libro assume un ruolo importante anche la parola greca metanoia. Che cosa significa per lei?

Metanoia viene spesso tradotta semplicemente con “pentimento”, ma il suo significato è più radicale: indica un cambiamento della mente, una trasformazione dello sguardo, un modo diverso di comprendere la realtà.

È una parola che considero centrale nel romanzo.

Anche nell’Apocalisse di Giovanni la visione non serve soltanto ad annunciare la fine. Serve a insegnare a guardare diversamente ciò che già esiste: vedere Babilonia dietro Roma, la Bestia dietro l’impero, la vittoria dietro ciò che apparentemente è soltanto sconfitta e martirio.

Nel mio romanzo Gaza svolge una funzione simile. Diventa il luogo nel quale il lettore è chiamato a cambiare sguardo.

Non gli chiedo necessariamente di aderire a una posizione ideologica. Gli chiedo qualcosa di più elementare e, forse, più difficile: tornare a vedere gli individui là dove la guerra, la politica e persino l’informazione rischiano di mostrarci soltanto masse, categorie e numeri.

Quindi non è un romanzo sulla “fine del mondo” nel senso tradizionale.

No. O almeno non nel senso della distruzione totale del pianeta.

È piuttosto un libro sulla possibilità che il mondo sia già finito per qualcuno mentre, per tutti gli altri, continui normalmente.

Noi possiamo alzarci, lavorare, cenare, andare al cinema, mentre a poche ore di distanza qualcuno non sa se avrà acqua, se una casa sarà ancora in piedi la mattina successiva o se riuscirà a trovare un antibiotico.

L’Apocalisse, allora, non serve a prevedere la fine.

Serve a vedere il presente.

La protagonista, Amal, è una chirurga. Perché ha scelto proprio una figura legata alla cura?

Perché volevo che il romanzo rimanesse ancorato al corpo.

Di guerre si parla attraverso parole enormi: strategia, sicurezza, diritto internazionale, geopolitica, obiettivi militari. Sono parole necessarie. Ma sotto quelle parole esistono corpi che sono sterminati a decine di migliaia semplicemente in quanto “naza”, da «Nezek Agavi», termine utilizzato dai servizi segreti e dall’esercito israeliano (IDF) per indicare il numero stimato o preventivato di vittime civili ritenute “accettabili” o previste durante un attacco aereo o un’operazione militare contro un obiettivo specifico di Hanas, ossia vittime collaterali, e che quando pure sopravvivono hanno fame, sete, che sanguinano, che hanno bisogno di ossigeno, antibiotici, anestetici.

All’inizio Amal tenta di opporsi alla distruzione con gli strumenti che conosce: quelli della medicina. Opera, sutura, cura, cerca di tenere in vita le persone.

Progressivamente, però, comprende qualcosa di terribile: davanti all’enormità della distruzione non sempre è possibile salvare i corpi.

Ed è allora che cambia il significato della sua azione.

Ed entra in scena il quaderno azzurro dei nomi.

Sì.

Quando Amal non riesce più a salvare tutti, comprende che resta comunque qualcosa da custodire: i nomi.

Il suo quaderno azzurro diventa il luogo di una resistenza fragilissima e insieme essenziale.

Scrivere un nome significa impedire che una persona venga cancellata due volte: la prima nella carne, la seconda nella memoria.

Tutto nasce da una constatazione che mi accompagna da tempo: quando le vittime diventano migliaia o decine di migliaia rischiano paradossalmente di diventare meno percepibili.

Il numero è necessario per comprendere la dimensione di una tragedia, ma può anche produrre distanza. Dire “diecimila morti” genera una percezione diversa dal pronunciare il nome di un bambino, conoscerne l’età, immaginare che avesse una madre, una scuola, un gioco.

Il quaderno di Amal è quindi una sorta di contro-statistica. Non nega i numeri, ma ricorda che dietro ogni numero esiste una singolarità irriducibile.

È questa la metanoia di Amal?

Esattamente.

Ma non si tratta di una conversione religiosa né ideologica.

È una conversione della memoria.

Amal passa progressivamente dall’azione alla testimonianza. Non perché rinunci ad agire, ma perché scopre che, quando ogni altra possibilità viene meno, testimoniare può diventare l’ultima forma disponibile della responsabilità.

All’inizio le sue mani suturano i corpi. Poi quelle stesse mani scrivono nomi.

Medicina e scrittura finiscono per assomigliarsi: entrambe tentano di impedire una cancellazione.

Quando non è più possibile curare la ferita della carne, resta almeno la possibilità di sottrarre una vita all’oblio.

Nel libro compare, infatti, l’idea di una “seconda morte”, quella dell’oblio.

È uno dei nuclei etici del romanzo.

La letteratura non ferma una bomba. Non porta acqua dove manca. Non ricostruisce una casa. Sarebbe presuntuoso attribuirle un potere che non possiede.

Può però tentare di impedire che, dopo la morte fisica, avvenga una seconda cancellazione: quella per cui una persona smette persino di essere ricordata come persona e rimane soltanto dentro una statistica.

Per questo il quaderno diventa progressivamente una versione umana e fragile del Libro della vita dell’Apocalisse.

Ma qui esiste una differenza fondamentale.

Quale?

Nell’Apocalisse biblica, dopo la catastrofe esiste una promessa escatologica: la Gerusalemme celeste, la vittoria finale, la salvezza.

Il mio romanzo rimane invece interamente dentro le macerie del presente.

Non offre una redenzione dall’alto.

Il Libro della vita di Amal è fatto di carta, può bruciare, può essere perduto, può scomparire insieme alla persona che lo custodisce.

Non esiste quindi una garanzia metafisica della memoria.

L’unica redenzione possibile — se possiamo ancora utilizzare questa parola — consiste nel rifiuto umano dell’oblio.

È un romanzo politico?

È inevitabilmente un romanzo che incontra la politica, in senso letterale, ossia l’amore per la polis, per la città, perché Gaza non è uno scenario neutro e quello che accade ai corpi dipende anche da decisioni politiche e militari.

Ma non volevo scrivere un pamphlet né trasformare i personaggi in portavoce di una tesi.

La domanda che mi interessava era precedente persino alla politica: che cosa accade all’essere umano quando un’altra persona viene disumanizzata e progressivamente trasformata in categoria, pratica, codice, bersaglio, danno collaterale?

Naturalmente il libro non rinuncia alla responsabilità e al giudizio. Ma cerca di farli nascere dalle situazioni e dai corpi, non dallo slogan.

Il lettore può avere opinioni politiche diverse dalle mie.

Quello che vorrei rendere più difficile, dopo la lettura, è considerare normale la trasformazione di un essere umano in un numero.

Nel romanzo, accanto ad Amal, c’è Youssef, un bambino che continua a disegnare. Che funzione ha?

Youssef introduce qualcosa che Amal, da sola, non potrebbe rappresentare: la possibilità del futuro.

Disegna con il gesso strade, finestre, alberi, città. Il suo gesto non cancella la catastrofe e non rappresenta una consolazione facile.

Proprio perché tutto intorno viene distrutto, immaginare qualcosa che ancora non esiste diventa un atto quasi radicale.

C’è una parola che nel romanzo assume per lui un valore particolare: “qui”.

Non altrove. Non in un paradiso futuro. Qui.

La possibilità di un domani non coincide necessariamente con la fuga verso un altro mondo, ma con il diritto a poter nuovamente abitare il proprio.

Lei utilizza continuamente immagini religiose, ma il libro non sembra propriamente religioso.

Direi che è una riscrittura laica, ma non antireligiosa.

Non mi interessava negare Dio né dimostrarne l’esistenza. Mi interessava soprattutto rifiutare Dio come soluzione narrativa.

Gli angeli, quando compaiono, possono avere il volto di volontari esausti. Il miracolo può essere una sacca di sangue compatibile, una donna che riesce a partorire, un bambino che supera la notte.

Il sacro, se rimane, viene riportato alla scala elementare del vivente: respirare, bere, curare, nutrire, proteggere.

Anche stilisticamente Apocalisse. Gaza è particolare. È un romanzo, ma molto vicino alla poesia.

Sì. Lo definirei un romanzo lirico-visionario.

La storia c’è, ci sono personaggi e una progressione narrativa, ma non volevo costruire un romanzo basato soprattutto sulla domanda “che cosa succederà nella pagina successiva?”.

Mi interessava anche ciò che succede alle parole e alle immagini.

Il pane, l’acqua, la garza, il quaderno, il sangue, la porta, il cavallo ritornano continuamente ma cambiano significato.

Una garza è prima uno strumento medico, poi può diventare una veste, un sudario, un simbolo di dignità. L’acqua è bisogno fisiologico, memoria, pericolo, salvezza.

In questo senso anche le parole sono personaggi del romanzo: attraversano una trasformazione.

La densità delle metafore è molto forte. Non temeva il rischio di estetizzare il dolore?

Sì, ed è forse il rischio maggiore di un libro come questo.

Me lo sono chiesto continuamente durante la scrittura e anche dopo.

Quando si racconta una sofferenza reale, la letteratura deve fare attenzione a non trasformarla nell’occasione per mostrare la bravura dello scrittore.

Ho scelto una lingua fortemente metaforica perché volevo sottrarre certe immagini alla neutralità prodotta dall’abitudine. Sentiamo continuamente parole come “raid”, “evacuazione”, “danno collaterale”, “corridoio”. A forza di ascoltarle rischiamo di non vedere più ciò che significano fisicamente.

La metafora tenta di restituire sensibilità alle parole.

Ma conosco il rischio opposto: sovraccaricare il reale fino quasi a nasconderlo. Per questo, procedendo verso la fine, il linguaggio del libro tende progressivamente a spogliarsi.

Infatti, le ultime pagine arrivano a frasi quasi elementari.

Sì.

Dopo aver accumulato immagini per tutto il romanzo, a un certo punto le immagini non bastano più.

Rimangono parole semplicissime: pane, casa, scuola, vivere.

È come se anche il linguaggio fosse stato bombardato.

Una casa che non protegge continua a chiamarsi “casa”? Una scuola nella quale un bambino non è più al sicuro continua a essere davvero una “scuola”? Il pane che non raggiunge chi ha fame continua a svolgere il significato che attribuiamo alla parola “pane”?

La catastrofe, allora, non riguarda soltanto gli edifici o i corpi. Riguarda il patto che lega le parole alle cose.

Alla fine, rimane quasi soltanto il verbo vivere.

Questo romanzo è anche il primo tassello di un progetto più vasto. Può raccontarlo?

Apocalisse. Gaza è il primo romanzo pubblicato di quella che ho immaginato come una Pentalogia dell’uomo.

Il progetto complessivo è al momento inedito e nasce da un’idea precisa: utilizzare alcuni grandi archetipi biblici non per riscrivere la Bibbia in chiave religiosa, ma per interrogare attraverso di essi l’uomo contemporaneo.

Dopo Apocalisse vengono Esodo, Resurrezione, Giobbe e Qohelet.

Sono cinque parole che appartengono alla tradizione biblica, ma anche cinque condizioni dell’esistenza umana: la catastrofe, la fuga e la ricerca di una terra possibile; il problema di rinascere dopo la distruzione; il dolore innocente e la domanda rivolta a un cielo che può non rispondere; infine, il tempo, la vanità, ciò che resta quando molte delle nostre certezze sono cadute.

Non considero quindi i cinque libri una serie in senso tradizionale. Non continuano necessariamente gli stessi personaggi o la stessa storia. È piuttosto un’unica interrogazione articolata in cinque movimenti.

Dove vede l’elemento di novità di un progetto del genere nel panorama letterario contemporaneo?

Non sta a me stabilire se un progetto sia “nuovo” in senso assoluto. La letteratura europea ha sempre dialogato con la Bibbia, da Dante fino alle grandi riscritture novecentesche e contemporanee.

Ciò che provo a fare, però, è qualcosa di meno consueto: non riproporre i racconti biblici, ma utilizzare la loro struttura archetipica come dispositivo narrativo per leggere il presente, mantenendo ogni volta un impianto dichiaratamente laico.

Non mi interessa riscrivere Mosè, Giobbe o Giovanni.

Mi interessa chiedermi che cosa siano oggi un esodo, una resurrezione, un’apocalisse; chi sia oggi Giobbe; che cosa possa significare Qohelet per un uomo che vive dentro la crisi delle grandi promesse politiche, religiose e storiche.

La pentalogia nasce quindi nel punto di intersezione fra romanzo, poesia, filosofia e mito.

Se possiede un elemento peculiare, credo sia proprio questo: tentare una grande architettura narrativa unitaria senza costruirla intorno a un unico personaggio o a una saga familiare, ma intorno a cinque archetipi della condizione umana.

Ogni romanzo dovrebbe poter vivere autonomamente, mentre insieme gli altri compongono una sorta di itinerario laico attraverso alcune delle domande fondamentali dell’uomo.

Che cosa vorrebbe restasse al lettore dopo aver chiuso Apocalisse. Gaza?

Non vorrei indicargli che cosa deve pensare.

Vorrei piuttosto che alcuni nomi continuassero a disturbarne la memoria.

Vorrei che, quando sentirà parlare di cento, mille o diecimila vittime, avvertisse per un istante la necessità di riportare quel numero verso un volto.

Forse è proprio questa, alla fine, la metanoia alla quale il libro aspira: non convincere il lettore di una tesi, ma modificare di pochi gradi il suo sguardo.

E vorrei che si interrogasse sul significato di una frase che attraversa idealmente tutto il romanzo: quando la medicina non riesce più a salvare un corpo, quando la politica non riesce o non vuole proteggerlo, quando persino le parole sembrano perdere la loro funzione, resta almeno un imperativo minimo.

Non dimenticare.

Forse la letteratura non può fare molto di più.

Ma non credo sia poco.