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Maria Rosaria Boccia, non l’imbarazzo del sistema, ma il suo specchio

Maria Rosaria Boccia - ilGraffio - Monica Macchioni
In un sistema pubblico spesso impermeabile al merito e affezionato all’inerzia, l’efficienza e’ la peggiore forma di “trasgressione”. Cronaca di un siluramento mal riuscito, architettato a tavolino

Di Monica Macchioni

Un anno fa nessuno la conosceva. O meglio, non era così pop fuori dai giri degli addetti ai lavori. Che invece la conoscevano benissimo per la bravura nel mantenere i contatti: dei grandi eventi, dell’imprenditoria, dei giri della gente creativa e operosa. Oggi, chi non ha almeno un’opinione – spesso infondata – su Maria Rosaria Boccia, probabilmente non guarda la televisione, non legge i giornali e non frequenta i social. Il suo nome è diventato per molti un detonatore, una clava e un bersaglio. Ma più che la donna, è stato il fenomeno a far rumore. E come ogni fenomeno italiano che scardina le abitudini, prima lo si esalta, poi lo si brucia. O meglio: si prova a bruciarlo. Quando si ha talento e stoffa da vendere, non sempre l’operazione riesce. Ed è lì che il sistema si accanisce, e se poi non sei neanche ricattabile, allora ci si impegna fino in fondo per distruggerti completamente. Per citare il Bertolt Brecht della Dreigroschenoper , l’Opera da tre soldi, e’ proprio il paradigma de “un cavallo si lamenta”.

Perché tutto ciò che è accaduto – dalla ritrattata nomina come consulente (gratuita, avete letto bene) al Ministero della Cultura; alle querele a raffica; dai meme ai talk show, fino alla tesi contestata – in fondo ha un unico, trascuratissimo filo rosso: Maria Rosaria Boccia è stata scomoda per qualcuno che conta. Scomoda nel metodo, nella presenza, nella pretesa di chiarezza. Ha fatto quello che in Italia è imperdonabile: ha chiesto di lavorare. Davvero. E pure gratis, che gratis non è mai per chi vede una buona opportunità, ma non c’è nulla di male. Ha preteso risposte, sollecitato dossier, chiesto spiegazioni, compulsato uffici, fatto pressioni per far funzionare le cose. Ed è qui che la colpa, quella vera, ha preso forma.

In un sistema pubblico spesso impermeabile al merito e affezionato all’inerzia, questa forma di “trasgressione” è peggiore di una condanna. Non importa se si è laureata o no, dove e in quanto tempo (non era richiesto, tanto per dire) se il curriculum era impeccabile o meno. La verità è che Boccia ha spostato la polvere da sotto il tappeto e l’ha sbattuta in faccia a chi era abituato a stanze ovattate, procedimenti eterni, incarichi concessi solo per familiarità. E questo, per una certa dirigenza, è molto più destabilizzante di qualsiasi fake news.

Si è scritto di tutto: che fosse un personaggio creato a tavolino, un’opportunista, una mitomane. Ma alla prova dei fatti, nessuna delle accuse ha retto più di una mezza giornata di rassegna stampa. Il suo unico vero crimine è stato quello di diventare la miccia perfetta per far saltare un sistema già marcio. Perché al netto di tutto, quello che è successo al ministro Sangiuliano – fatto fuori più per presunte logiche interne che per scandali esterni – è stato il vero obiettivo. Maria Rosaria Boccia, nel teatrino delle rese dei conti, è stata semplicemente usata. Messa lì come pietra dello scandalo da chi voleva far saltare il banco e liberarsi di un uomo scomodo. E nel gioco tutto maschile di metterli l’uno contro l’altra, si è coperta la vicenda vera, quella che probabilmente faceva davvero paura: la gestione opaca dei fondi, delle nomine, dei progetti.

Ora, a quasi un anno, archiviato il sensazionalismo, resta una domanda: può una donna che pretende efficienza essere processata come fosse una criminale? E poi: per quali crimini? Dove sarebbero i reati contestati ? Può una persona senza santi in paradiso diventare così velocemente il capro espiatorio di un intero sistema di potere?

La risposta non la daranno i tribunali, che coi tempi si pronunceranno su tutte le faccende collaterali, ma la memoria collettiva. E se sarà onesta, dovrà riconoscere che Maria Rosaria Boccia, valevole stratega della comunicazione, non è stata l’imbarazzo del sistema. È stata lo specchio.