«In un’epoca di tutti contro tutti e di degrado formale e sostanziale, non solo nei comizi ma sempre più spesso anche nelle istituzioni, questi approcci sono esempi edificanti e suggeriscono un recupero di gentilezza e – vogliamo dirlo? – anche di professionalità. Il politico vero parla non per creare problemi ma per risolverli.
Per costruire e non per distruggere.
Per dare contributi positivi anche quando le circostanze impongono di puntare il dito contro qualcuno.
Mimica, charme, teatralità raffinata aiutano e dovrebbero far parte del bagaglio dei politici di domani, che saranno chiamati a sanare i danni di oggi.
Danni che hanno compromesso pace, multilateralismo e cooperazione internazionale all’insegna di un’aggressività iniziata dalle parole prima ancora che dai fatti. Ricordiamo che l’istituto della rappresentanza nacque precisamente per sostituire la lancia e la spada, per sublimare il primato della parola, quindi dell’intelligenza, su ogni altra pericolosa estroversione primordiale.
La cosiddetta Prima Repubblica aveva tanti difetti, e non è un caso se è caduta.
Ma fra i pregi, sottolineo il rispetto.
Denigrazione e vilipendio nella dialettica politica semplicemente non esistevano.
E sì che se la cantavano anche allora di santa ragione».