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Qual e’ il sito dove la notizia è facoltativa, la smentita opzionale e la verità… un dettaglio estetico?

Claudia Conte - IlGraffio - Monica Macchioni
Il modello Dagospia non si basa sull’errore, ma sull’ambiguità. Dagospia raramente dice “è così”. Preferisce dire “si dice”, “circola”, “fonti riferiscono”. È un linguaggio che imita il giornalismo senza assumersene il peso.

Di Monica Macchioni

C’è un’idea piuttosto resistente attorno a Dagospia: che sia il luogo dove “si racconta la verità che gli altri nascondono”. In realtà, più spesso, è il luogo dove si racconta qualcosa che non è verificato abbastanza da essere definito verità, ma abbastanza ben confezionato da sembrare credibile.

Il trucco è antico: non affermare mai del tutto, ma suggerire sempre abbastanza.

Il meccanismo è quasi elegante nella sua semplicità.

Si prende una voce, meglio se non controllabile.

La si trasforma in titolo assertivo.

Si costruisce attorno un testo che non si espone mai fino in fondo, ma lascia intendere tutto.

E così si ottiene il risultato perfetto: non sei mai davvero smentibile, perché non hai mai detto fino in fondo cosa stavi dicendo.

Quando però questo gioco incontra la realtà, il risultato diventa meno elegante e molto più concreto. E a volte finisce in tribunale.

Il caso di Matteo Renzi è il più noto e il più istruttivo.

Anni di scontri, querele, contestazioni pubbliche. In una vicenda civile, il sito è arrivato a una condanna al risarcimento per articoli pubblicati tra il 2015 e il 2019, ritenuti lesivi.

Non si parla di sfumature interpretative: si parla di contenuti giudicati non corretti in sede legale. Lo stesso Renzi ha più volte parlato di “falsità nel titolo e nel pezzo”, una formula che non lascia molto spazio alla diplomazia.

Ma sarebbe troppo comodo pensare che si tratti di un caso isolato legato a un singolo bersaglio politico.

Nel tempo, altre figure istituzionali hanno contestato in modo diretto il metodo del sito.

Ad esempio, Adolfo Urso ha denunciato Dagospia per quella che ha definito una “campagna diffamatoria ripetuta”, accusando il sito di pubblicare contenuti privi di riscontro e costruiti su informazioni non verificabili o distorte.

Anche qui, il punto non è una singola svista, ma una sequenza di contenuti percepiti come strutturalmente sbilanciati.E se si scende dal livello delle grandi controversie politiche, il quadro non migliora, cambia solo scala.

Nel 2013 il sindaco di Cortina Andrea Franceschi reagì a un articolo definendolo una “fiera del falso”, smentendo pubblicamente ricostruzioni su eventi e presenze VIP nella località.

È un episodio meno noto ma significativo: non grandi complotti, ma dettagli concreti raccontati in modo contestato da chi quei fatti li conosceva direttamente.

A queste contestazioni si aggiungono quelle provenienti dal mondo del fact-checking e dell’analisi mediatica. Il sito BUTAC ha più volte criticato Dagospia per l’uso sistematico di clickbait, fonti opache e contenuti costruiti su mezze verità.

La critica non è ideologica: è metodologica. Non riguarda cosa si racconta, ma come viene costruito.

Ed è proprio qui il punto.

Perché il modello non si basa sull’errore, ma sull’ambiguità.

Dagospia raramente dice “è così”.

Preferisce dire “si dice”, “circola”, “fonti riferiscono”.

È un linguaggio che imita il giornalismo senza assumersene il peso. Una zona grigia permanente dove tutto è abbastanza preciso da sembrare vero e abbastanza vago da non essere contestabile fino in fondo.

Il risultato è un ecosistema informativo in cui la distinzione tra fatto, interpretazione e insinuazione sfuma fino quasi a sparire. E quando questa distinzione sparisce, succede una cosa semplice: tutto diventa credibile, purché raccontato bene.

Il dettaglio più interessante è che ogni tanto – diremmo raramente – le “azzecca”. E questo basta a costruire una reputazione di affidabilità intermittente, che però non distingue mai tra ciò che è verificato e ciò che è solo azzeccato per caso o intuito.

È qui che il meccanismo diventa quasi auto-sufficiente: un mix di verità occasionali e ambiguità strutturale che si legittimano a vicenda.

Un sistema in cui non serve avere ragione sempre, basta averla abbastanza spesso da rendere irrilevante la domanda su quando la si abbia davvero.

Un esempio recente che mostra perfettamente questo meccanismo è il caso di Claudia Conte.

Una vicenda privata trasformata in un dispositivo mediatico fondato più sull’allusione che sulla verifica con oltre 70 pubblicazioni nel giro di pochissimo tempo.

Intorno al suo nome si è costruita una rappresentazione opaca, insinuante, volutamente ambigua: non un’inchiesta, non un’accusa esplicita, ma una lunga coreografia di sottintesi, ammiccamenti e suggestioni costruite per evocare più che dimostrare.

Un ‘giornalismo’ nebuloso, ipnotico, costruito per sedimentare sospetti più che per chiarire fatti.

È una macchina comunicativa che può trasformarsi anche in macchina del fango a disposizione di qualche amico generoso e che prospera nell’ambiguità permanente: abbastanza esplicita da insinuare, abbastanza evasiva da sottrarsi alla responsabilità piena di ciò che lascia intendere.

Non l’errore occasionale, ma la sistematica dissoluzione del confine tra realtà e costruzione scenica. In questo modello non serve dimostrare, basta evocare.

Non serve provare, basta contaminare l’immaginario collettivo con il dubbio. E una volta che il sospetto è diventato intrattenimento, potrebbe sembrare la verità.

Alla fine, il problema non è decidere se Dagospia “sbagli” o “indovini”.

Il problema è che il modello stesso rende questa distinzione secondaria nel senso che può diventare strumento potentissimo di elevazione o di dannazione.

E quando il confine tra verità e suggestione diventa accessorio, non è più informazione. È intrattenimento con pretese di realtà.