Quando ho letto del ragazzo di 21 anni che ha ucciso la madre a Racale, con un’ascia, ho sentito un gelo dentro.
Non solo per l’orrore del gesto, ma per quello che rappresenta.
Non si uccide la madre senza aver ucciso prima qualcosa dentro di sé.
Un figlio che colpisce con un’ascia non sta solo rompendo un corpo, ma recide qualcosa di molto più antico: la radice del senso, dell’origine, della protezione.
Come pedagogista e criminologa, la mia mente ha cercato immediatamente i vuoti: i segnali non colti, le parole non dette, i malesseri mimetizzati dietro comportamenti “normali”.
Come pedagogista, ho pensato subito a quel bambino che è stato, a quanto probabilmente non gli è mai stato insegnato a stare nel conflitto, a reggere la frustrazione, a tollerare il rifiuto.
Forse non gli è mai stato insegnato a stare con se stesso. E allora la rabbia cresce, silenziosa, compressa.
Non quella che urla, ma quella che accumula.
Quella che abita gli sguardi bassi, i silenzi lunghi, le porte chiuse, le stanze interne dove nessuno entra.
La rabbia che muta in veleno quando non trova un contenitore educativo, relazionale, emotivo.
Viviamo in una società che educa alla prestazione, al risultato, all’apparenza della maturità.
Ma non alla fatica della crescita.
Un figlio non diventa adulto perché compie 18 anni o guida una macchina.
Diventa adulto quando riesce a stare nel dolore senza distruggere, a contenere l’istinto senza esplodere.
Ma per farlo deve essere stato educato a riconoscere le emozioni, a nominarle, a viverle.
Non represse, non negate.
Un’ascia non arriva mai da sola.
Arriva dopo decine, forse centinaia di piccoli segnali ignorati.
E allora io mi chiedo: quante madri oggi crescono figli soli?
Quanti padri sono presenti solo nel cognome?
Quante famiglie si disgregano sotto il peso del “tutto bene”?
La madre uccisa non è solo una vittima di femminicidio.
È la rappresentazione ultima di un’educazione fallita, dove spesso il bene coincide con l’assenza di conflitto.
E invece il bene, quello autentico, è anche dire “no”.
È anche diventare impopolari.
È diventare madri che si fanno odiare per essere ricordate vive, non mitizzate da morte.
È diventare padri che non delegano.
È diventare educatori che non aspettano il danno per parlare di emozioni.
Nella dinamica tra quel figlio e quella madre io non vedo solo un delitto.
Vedo un legame distorto, malato, forse troppo simbiotico.
La madre come unico centro affettivo, forse come unica autorità.
Lì dove manca un equilibrio tra vicinanza e distanza, nasce una violenza che non è rabbia: è panico relazionale.
È una forma di disperazione che prende l’aspetto del dominio.
Uccidere chi ci ha generato è un gesto di disperazione identitaria.
È come se quel figlio non sapesse più dove finiva lui e dove iniziava lei.
E quando non distingui, distruggi.
Ma non possiamo fermarci al dolore.
Dobbiamo osare qualcosa di più.
Qualcosa che ancora non c’è.
Come pedagogista, voglio proporre un concetto nuovo, che potrebbe diventare la base di una nuova cultura dell’educazione: la pedagogia del limite emotivo.
Non una pedagogia del contenimento rigido, non quella del premio e della punizione, ma una pedagogia che insegni il valore del limite come forma d’amore.
Un’educazione che insegni a fallire, a dire “ho paura”, a sostenere la frustrazione senza tradurla in colpa o in violenza. Insegniamo ai ragazzi che perdere non significa essere perduti. Insegniamo che un “no” non è una dichiarazione di guerra, ma un atto d’amore.
Insegniamo che la rabbia ha diritto di cittadinanza, ma non il diritto di distruggere.
Questo omicidio non è solo una notizia.
È uno spartiacque.
uò diventare un simbolo del cambiamento se sappiamo leggerlo.
Ma dobbiamo voler vedere.
Dobbiamo osare parlare di relazioni familiari non idealizzate.
Dobbiamo accettare che la violenza non è sempre urlata, a volte è trattenuta.
È nei figli silenziosi, nei ragazzi apparentemente adattati, nei comportamenti che ci sembrano solo “strani”.
Dobbiamo far entrare la cultura dell’ascolto profondo nelle scuole, nelle famiglie, nelle istituzioni.
Non possiamo più permetterci di dire “non si era mai visto niente di strano”. Perché qualcosa c’era sempre.
Solo che non l’abbiamo voluto guardare.
O non l’abbiamo saputo riconoscere.


