Redazione- In un momento drammatico, ma che è tutto fuorché inatteso dopo oltre 20 anni di elaborate “narrazioni” che si sono rivelate oggi distantissime dalla realtà fattuale, per chi che come chi scrive è già nonno, diventa imperativo intravedere per il futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti un’uscita da una situazione complessa e che è a sua volta figlia di scelte che avrebbero meritato un approccio più meditato ed attento. Passare il tempo a raccontarsi ciò che è già stato può essere utile a capire, ma certo non risolve il “casino” in cui quella che una volta ironicamente chiamavo “Old West Europe” si è infilata immaginando e perseguendo un proprio allargamento sotto l’ombrello di una NATO che fin dalla vicenda dello smembramento della ex Jugoslavia aveva evidenziato una propria netta distanza strategica dai modi di quella ambizione.
In particolare il nostro Paese che, con la protezione certo non gratuita della NATO, era cresciuto fino al quarto posto nel P.I.L. tra i Paesi del G7, seguendo la lezione di Keynes per compensare in modo anticiclico i cali di domanda con la spesa pubblica, puntando da subito su un sistema economico “misto”, dove lo Stato entrava direttamente nell’indirizzo dell’economia nazionale sia attraverso delle partecipazioni che attraverso gli acquisti di titoli di Stato da parte della Banca d’Italia per tenere basso il costo del debito pubblico rappresentò un’anomalia rispetto sia al modello capitalista anglosassone che a quel capitalismo renano uscito a pezzi dalle due guerre mondiali. La crescita del Paese ci fu e fu costruita con quel modello misto che finanziò sia la Cassa del Mezzogiorno che le tante riforme, a partire dalla Riforma Agraria per arrivare alla Riforma del Diritto allo Studio, del Diritto alla Casa, allo Statuto dei Lavoratori ed al Sistema Sanitario Nazionale e che migliorarono progressivamente le condizioni di famiglie e lavoratori.
A metà degli anni Ottanta l’ambizione di pochi di accelerare il processo di unificazione europea per gestire con regole uniche e certo diverse dal modello italiano un mercato importante come quello fino allora interpretato dalla CEE, delegando al Capitale multinazionale la gestione della fame di infrastrutture legata all’incremento dell’export continentale e la ristrutturazione di un welfare continentale da ripensare a fronte dell’imporsi di nuove tecnologie. Detta spinta di cui la Thatcher fu il campione in Europa, sommata poi allo straordinario scioglimento volontario dell’Unione Sovietica e al conseguente abbaglio sulla “Fine della Storia” e la vittoria globale del liberalismo anglosassone, indiscutibile per alcuni, portò ad un percorso perverso, avviato con Ciampi e Andreatta ben prima che Mario Draghi approdasse al Tesoro per gestire la svendita di un Patrimonio Pubblico che era una ricchezza dello Stato. Nel 1992 quella classe politica che si opponeva alla svendita fu “spazzata via” e poi, con la vicenda del Kossovo, tutti scoprimmo i “D’Alema Boys” e la Banca d’Affari di Palazzo Chigi dove nessuno parlava l’inglese. Il resto invece è cronaca e dati economici. Che contraddicono le “narrazioni” seguite al 2005.
Questo il passato che ha visto poi la Germania nuovamente riunita riproporre la competizione tra i capitalismi renano ed anglosassone e tra modelli di sviluppo e ruolo dello Stato che già aveva caratterizzato il Novecento. E che già allora divise i modelli statuali continentali tra le Democrazie ed i Totalitarismi. O, per “modernizzare” il senso della sfida ad un confronto tra Unionisti e Federalisti. Dove la Federazione integra e completa le legislazioni statuali e l’Unione è una struttura sovra statuale che le sostituisce. Chi ha vinto e chi ha perso è sotto gli occhi di tutti. Con l’esplosione del NorthStream2 e la fine del sogno di chi fece quella scommessa.
Tornando ora alla speranza e all’ottimismo che dobbiamo a figli e nipoti l’Italia ha la fortuna di avere saputo elaborare un proprio originale modello misto che ha dimostrato di funzionare bene. E il modello di capitalismo anglosassone implica nei fatti le guerre per il controllo delle risorse e delle tecnologie. Il modello che serve all’Europa non è quello adottato da Maastricht in avanti e tutti ormai ne sono consapevoli. E l’Euro per ora ha perso sul campo la sua prima sfida con il dollaro. Serve quindi una transizione tra il disastro che viviamo ed il Progetto da cui si partiva. Il mondo ha già visto molti esempi in cui in un Paese si è avuta la doppia circolazione di valute. E l’esperienza ci dice che Istruzione e Welfare vanno declinati come investimenti e non come costi. L’Italia ad oggi è solo formalmente priva della propria sovranità monetaria e l’Euro, che dal punto di vista della Governance è largamente incompleto ed insufficiente, deve essere comunque ripensato e con esso la BCE, visto il fallimento tecnico e politico che hanno rappresentato.
La crisi offre quindi più vie di uscita che, al netto della corruzione come arma di pressione politica, contemplano sia la capacità di ripensare quel progetto deragliato nel 2005 che di salvaguardare le conquiste sociali del passato e di liquidare una classe dirigente che per risultare credibile non potrà essere in continuità con quel disastro.
Il bagno con una realtà che smentisce 20 anni di narrazioni ben congegnate non è la fine di un’ambizione, ma forse può essere l’occasione per riconoscere ciò di positivo ed originale fu pensato da chi ha portato in trentacinque anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale un’Europa divisa ed in rovina a essere protagonista a livello globale con un progetto del tutto diverso da quello vissuto dopo il 2010.


