Di Maria Rosaria Boccia
Ho scelto che l’intero percorso processuale possa essere seguito anche dalle telecamere de Le Iene e accolgo con serenità la richiesta di riprese da parte di Un giorno in pretura auspicando che venga autorizzata dal tribunale.
È una scelta precisa: desidero che, nel rispetto delle decisioni dell’Autorità giudiziaria e delle regole che disciplinano le riprese nelle aule di giustizia, l’opinione pubblica possa conoscere direttamente ciò che accadrà nel processo, ascoltare quanto verrà detto nelle sedi competenti e formarsi liberamente una propria opinione sulla base dei fatti.
Dopo quasi due anni nei quali la mia vicenda è stata oggetto di una fortissima esposizione mediatica, ritengo giusto che sia finalmente il processo a parlare.
Sono convinta che il dibattimento dimostrerà la mia totale estraneità alle condotte che mi vengono contestate.
Mi rivolgo, per questo, anche agli organi di informazione che in questi anni hanno raccontato la mia vicenda. A chi, a mio giudizio, ha contribuito a costruire una rappresentazione della mia persona che non riconosco e che ritengo distorta, chiedo oggi una cosa molto semplice: raccontate il processo. Raccontatelo integralmente, con equilibrio e rigore, distinguendo le contestazioni dalle responsabilità accertate e riportando con la stessa attenzione l’accusa, la difesa e ciò che emergerà in aula.
So bene che un titolo forte attira attenzione, genera click e produce un ritorno economico. Ma dietro ogni titolo, dietro ogni etichetta e dietro ogni fotografia c’è un essere umano. E fino a quando un tribunale non avrà pronunciato una sentenza definitiva, esistono contestazioni che devono essere provate nel processo, non condanne da anticipare sulle pagine dei giornali.
Vorrei partire proprio da una parola che in questi anni è stata utilizzata moltissimo: “STALKING”.
Nell’immaginario comune, leggendo questa parola, si pensa immediatamente ad appostamenti, pedinamenti e inseguimenti, telefonate continue, messaggi incessanti e comportamenti persecutori reiterati.
VOGLIO CHE SU QUESTO PUNTO NON CI SIANO EQUIVOCI: IO NON HO FATTO NULLA DI TUTTO QUESTO.
NON HO MESSO IN ATTO APPOSTAMENTI. NON HO PEDINATO O INSEGUITO NESSUNO. NON HO EFFETTUATO TELEFONATE CONTINUE. NON HO INVIATO MESSAGGI INCESSANTI. E, SOPRATTUTTO, QUESTE NON SONO LE CONDOTTE CHE MI VENGONO CONTESTATE.
Questo è un punto essenziale che chiedo ai giornalisti di riportare con precisione.
La qualificazione giuridica contestata nel procedimento e le condotte sulle quali essa si fonda devono essere spiegate per ciò che effettivamente sono, senza sovrapporvi automaticamente l’immagine che la parola “stalking” può evocare nel lettore.
Domani saranno i miei avvocati a illustrare puntualmente questi aspetti, il loro inquadramento giuridico e le ragioni della difesa.
INIZIAMO A RISTABILIRE LA VERITÀ PARTENDO DAI FATTI E DALLE CONDOTTE REALMENTE CONTESTATE, NON DALLE ETICHETTE.
Non chiedo trattamenti di favore. Non chiedo silenzio. Al contrario, chiedo che si racconti tutto: ciò che sostiene l’accusa, ciò che sostiene la difesa, i documenti, le testimonianze e ogni elemento che emergerà nel corso del dibattimento.
Chiedo soltanto che venga fatto senza pregiudizi, senza etichette preventive e senza trasformare una contestazione giudiziaria in una sentenza mediatica.
Perché ciò che è accaduto a me deve far riflettere tutti. Una persona può trovarsi improvvisamente esposta a una pressione giudiziaria e mediatica enorme, prima ancora che un giudice abbia stabilito le sue responsabilità.
Io ho avuto e continuo ad avere la forza fisica ed emotiva, il sostegno affettivo e le risorse necessarie per affrontare tutto questo e per difendermi nelle sedi competenti. Non è scontato che chiunque, sottoposto alla stessa pressione, riesca a sostenerla.
Da domani, finalmente, si entra nell’aula di giustizia.
Ed è lì, nel contraddittorio e attraverso le prove, che intendo dimostrare la mia totale estraneità ai fatti che mi vengono contestati.


