Autore CESARE SCOTONI
Questo primo quarto di secolo, una volta di più se comparato a ciò che già ci regalò il secolo scorso vede in una Politica intesa ormai quasi esclusivamente come manipolazione delle masse, la rinuncia al Senso di una azione che tradizionalmente per essere duratura nei propri effetti dovrebbe avere i propri miti fondativi, dei riti di legittimazione ed offrire speranza.
In queste giornate in cui le delusioni per le scelte fatte da chi, forte di una nostra delega elettiva si è trovato al timone delle più varie istituzioni dando l’impressione di leggerne solo in parte le tante implicazioni, torna insistentemente alla memoria il quadro di complessiva decadenza di un Impero che Robert Musil provò a regalarci negli anni ’30, nel suo capolavoro incompiuto “L’Uomo senza Qualità”.
Romanzo in cui al protagonista peraltro alcune qualità non mancavano.
In una realtà dominata da Interessi e Concretezza l’armamentario di strumenti a disposizione di chi governa è al servizio di scenari in cui i vincoli all’agire devono essere necessariamente ricondotti con immediatezza ai doveri verso i governati e verso le Istituzioni su cui fonda l’agire stesso del governare, i metodi dell’agire sono stabiliti dalla Legge ed il fine dell’azione di governo deve assoggettarsi in modo imprescindibile ad un interesse generale.
Dunque è dalla combinazione di pochi elementi, che vanno individuati e ben compresi da chi riceve quella delega, che si può dare un giudizio sulla coerenza tra mandato, contesto e risultati.
A qualsiasi livello di governo si voglia riferire quella misurazione.
Ciascuno quindi, al di là di quella partigianeria che ha un proprio spazio oltre il quale mai dovrebbe tracimare, sa che l‘Unione Europea a trazione Franco – Tedesca, figlia di Lisbona e costruita solo sull’Euro e sull’export tedesco ha fallito le proprie ambizioni, che la Presidenza di Ursula von der Leyen non poteva sopravvivere alla gestione Cov19 e che la crisi di legittimazione popolare non si risolve invocando gli “hackers russi” o mettendo le opposizioni fuori del Parlamento nello stile di Kiev.
A maggior ragione oggi, il far sopravvivere un’ambizione di Pace in un’Europa divisa che vuole ritrovare le proprie ragion d’essere richiede la capacità di archiviare un decennio di errori e di farlo investendo innanzi tutto su vie diverse e su protagonisti cui non possano essere ricondotte quelle scelte che già tanto stanno costando a troppi di noi.
Mai come oggi serve la capacità di cambiare tempestivamente lo schema di gioco.
Cosa che, in un Paese come l’Italia dove il Governo per ora non vede alternative credibili e il consenso alla maggioranza complessivamente si mantiene, risulta più facile che in Francia o in Germania, gli altri due Paesi che 75 anni fa, con i primi accordi, dettero inizio all’ambizione di un’Europa Comune.
L’ambizione di Washington ad un complessivo “reshaping”, per dare spazio a una vocazione meno unipolare e ridurre il costo del primato, non può confrontarsi solo con chi ha la responsabilità di aver appoggiato da London, Berlin e Paris il Progetto di Obama e la sua scommessa di “Disordine Globale”.
Roma può ambire e se è così deve farlo ora.


