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Dal femminismo alla farsa: quando la provocazione diventa autolesionismo politico

Claudia Conte 1 IlGraffio - Monica Macchioni
Il cartello “Meno femminicidi, più melonicidi” rivela la deriva di una frangia militante che usa la causa delle donne come arma ideologica, mentre l’Italia porta in Parlamento una legge sul femminicidio che perfino l’ONU indica come possibile modello internazionale.

Di Claudia Conte

C’è un punto oltre il quale la provocazione smette di essere linguaggio politico e diventa puro autolesionismo, e quel punto è stato superato in pieno dal cartello apparso al corteo: “Meno femminicidi, più melonicidi”.

Non è solo una caduta di stile. È la prova più evidente di come una parte del movimento femminista — quella più vocale, più mediatica, più innamorata della propria radicalità performativa — abbia smarrito la capacità di distinguere la lotta dalla propaganda, la giustizia dalla vendetta simbolica, il femminismo dall’attivismo travestito.

Perché per quanto si cerchi di giustificarlo come sarcasmo, satira, iperbole, quel cartello racconta tutt’altro: racconta un movimento che, almeno nella sua frangia più rumorosa, sembra più impegnato a costruire nemici politici che soluzioni.

Un movimento che pretende di incarnare la battaglia civile del nostro tempo ma che troppo spesso scivola nel moralismo aggressivo, in una guerra permanente contro chiunque non si allinei ai suoi codici linguistici. Il problema non è la protesta: il dissenso è l’ossigeno della democrazia.

Il problema è quando il dissenso viene colonizzato da un’ideologia che usa la sofferenza reale delle donne come trampolino per aggredire il governo, come se la violenza di genere fosse un pretesto e non un’emergenza. E infatti l’episodio del cartello non denuncia i femminicidi: li usa.

Usa il loro peso, la loro tragedia, la loro gravità per confezionare una battuta a effetto contro il Presidente del Consiglio. È un’operazione tanto cinica quanto trasparente: trasformare una crisi sociale in una clava politica. È una deriva che si osserva da anni.

Una parte del femminismo militante sembra aver smesso di parlare alle donne e aver iniziato a parlare esclusivamente a sé stessa: un circuito chiuso in cui conta più la radicalità dell’hashtag che l’efficacia delle proposte, più il volume delle accuse che la serietà degli argomenti. E chi dissente — donne incluse — viene squalificato come complice del patriarcato. Il femminismo, quello vero, è sempre stato complesso, plurale, persino conflittuale.

Ma ciò che oggi occupa il proscenio è spesso la sua caricatura: un attivismo che brandisce la parola “oppressione” come jolly ideologico e che immagina di combattere la violenza con la violenza semantica, convinto che l’indignazione sia un programma politico.

Il punto centrale è che un movimento che pretende di rappresentare tutte le donne dovrebbe avere una consapevolezza molto più netta del peso delle parole. Perché la violenza non si sconfigge evocandone altra. Non si risponde all’omicidio con la fantasia dell’eliminazione simbolica dell’avversario politico. Non si può predicare la fine della cultura dell’odio mentre si costruiscono slogan che ne replicano il meccanismo.

È una contraddizione così evidente da risultare imbarazzante. Serve dirlo senza ipocrisie: se una parte del movimento femminista continua a usare la causa delle donne come fondale per il proprio teatro ideologico, sarà essa stessa a minare la credibilità delle battaglie più importanti. Le donne non hanno bisogno di slogan estremisti: hanno bisogno di protezione, leggi applicate, strutture finanziate, una cultura che riveda le dinamiche del potere e dell’educazione.

Tutto il resto — cartelli incendiari, retorica militante, indignazione permanente — è solo rumore. Rumore che fa comodo a chi vuole derubricare il femminicidio a una questione di propaganda, anziché affrontarlo come la tragedia nazionale che è. E allora sì, si può essere duri. Ma non contro “le femministe” in generale.

Contro chi usa il femminismo come costume politico, come copertura morale, come marchio identitario per legittimare qualsiasi eccesso retorico. Contro chi confonde la lotta per la vita con il tifo ideologico. Contro chi scambia la rabbia per strategia, la provocazione per coraggio, il radicalismo per efficacia. Perché la verità è semplice: se la voce delle donne deve essere forte, deve anche essere credibile. E non c’è nulla di credibile, nulla di utile e nulla di giusto in chi trasforma il dolore reale in slogan da share social. E mentre quel tipo di attivismo urlante monopolizza le piazze, la politica istituzionale avanza un provvedimento che potrebbe davvero fare la differenza: il disegno di legge sul femminicidio, approvato dal governo e da poco trasmesso in Parlamento.

Non si tratta di un mero gesto simbolico, ma di una riforma strutturale: il reato di femminicidio diventa autonomo, con aggravanti molto pesanti e sanzioni estreme, fino all’ergastolo. Ed è proprio su questo provvedimento che arriva una freccia significativa da parte dell’ONU: durante i lavori della Commissione sulla condizione delle donne (CSW), la Relatrice Speciale ONU sulla violenza contro le donne ha preso nota del disegno di legge italiano, e alcuni delegati sottolineano come questa normativa possa rappresentare un modello internazionale per la prevenzione e la repressione della violenza di genere.

L’Italia, dunque, non solo interviene su un’emergenza interna, ma potrebbe assumere un ruolo di avanguardia sul piano globale. E qui sta il dilemma: perché paradossalmente, il femminismo più urlato rischia di sabotare questo progetto. Il cartello “melonicidi” non aiuta le donne: distoglie l’attenzione da questo disegno di legge innovativo e favorisce la narrazione secondo cui il femminismo non è altro che propaganda. In un momento in cui il mondo — compresa l’ONU — guarda all’Italia come possibile modello, la frangia più aggressiva getta tutto alle ortiche. Invece di sostenere la legge, la banalizza; invece di chiamare all’unità sulla prevenzione e sulla tutela, costruisce un teatro della provocazione.

Chi davvero vuole cambiare le cose deve chiedersi: cosa conta di più, una battuta politica che fa scalpore in un corteo, oppure una norma che potrebbe trasformare il nostro ordinamento e ispirare altri Paesi? E chi ha a cuore le vittime deve essere disposto a difendere con coerenza e rigore una legge che non è perfetta — nessuna legge lo è — ma che è concreta, seria e riconosciuta internazionalmente.

Se il femminismo si arrocca su slogan trancianti ma rinuncia alla responsabilità di sostenere riforme strutturali, rischia di diventare un movimento di facciata: una grande vetrina mediatica che urla molto, ma costruisce poco.

Un vero cambiamento, invece, richiede un femminismo non solo radicale, ma anche strategico — che sappia mettere da parte il virtuosismo retorico quando c’è in gioco la vita delle donne. Se l’Italia ha oggi l’occasione di essere modello per altri Paesi, è il momento di trasformare questa opportunità in realtà — non di buttare via tutto con un cartello non solo provocatorio, ma anche indegno.