Le denunce aumentano: è un segnale di coraggio.
Ma contro la violenza preventiva serve il carcere, non il braccialetto.
Oggi registriamo un aumento significativo delle denunce per violenza domestica e di genere.
E questo è un dato positivo: significa che le donne stanno ritrovando voce, forza e fiducia nelle istituzioni. Le leggi ci sono, lo Stato c’è, e la consapevolezza femminile sta crescendo.
È con queste parole che Antonella Cortese, psicologa, criminologa e pedagogista, interviene nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
Cortese pone però l’attenzione su una dinamica spesso ignorata: la violenza preventiva, quella che l’uomo mette in atto prima che la donna riesca a liberarsi del tutto da lui.
Non si parla mai di questo fenomeno, ma è fondamentale: alcuni uomini colpiscono non quando la relazione finisce, ma quando percepiscono che la donna sta recuperando autonomia, sicurezza, relazioni. È una violenza che anticipa la libertà, che si attiva quando lei ricomincia a vivere.
Per questo, aggiunge, il braccialetto elettronico non è sufficiente:
Il braccialetto è uno strumento utile, ma non protegge una donna la cui vita è in pericolo. Per i profili più violenti e recidivi serve il carcere. Serve la certezza della pena. Serve una risposta immediata e non differibile.
Cortese ricorda che spesso le vittime denunciano più volte, lasciando emergere segnali chiari di rischio crescente:
quando una donna trova il coraggio di denunciare, non deve poi essere lasciata sola in attesa che “succeda qualcosa.
È proprio in quel momento che l’aggressore può passare alla violenza preventiva.
E il sistema deve intervenire subito, evitando ritardi e sottovalutazioni.
Il tema è al centro anche del suo recente libro “Quando l’amore uccide”, presentato il 18 del mese di ottobre in Parlamento, un’opera che analizza le dinamiche psicologiche e criminologiche che trasformano l’amore in possesso, paura e distruzione.
Le donne denunciano.
Lo Stato c’è .
Adesso conclude Cortese, serve un passo in più: riconoscere ciò che non è stato ancora riconosciuto e proteggere con fermezza ciò che finalmente sta cambiando.