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Terremoti indotti, Valentina Pelliccia: «L’uomo può alterare gli equilibri della Terra, ma servono prove»

Valentina Pelliccia
Sismicità indotta, sistemi complessi, prevenzione e responsabilità: la Dottoressa Valentina Pelliccia affronta un tema nel quale scienza, tecnologia, diritto e informazione devono necessariamente dialogare.

Redazione-  Sismicità indotta, sistemi complessi, prevenzione e responsabilità: la Dottoressa Valentina Pelliccia affronta un tema nel quale scienza, tecnologia, diritto e informazione devono necessariamente dialogare.

Un terremoto è sempre un fenomeno esclusivamente naturale?

Oppure alcune attività umane possono, in determinate condizioni geologiche, contribuire ad alterare equilibri già estremamente delicati nel sottosuolo?

È una domanda che richiede rigore, perché proprio su temi così complessi il confine tra ciò che la scienza ha documentato, ciò che costituisce un’ipotesi da verificare e ciò che non è dimostrato deve rimanere chiarissimo.

La sismicità indotta dalle attività antropiche è oggetto di ricerca scientifica internazionale.

Una cosa, tuttavia, è studiare le condizioni nelle quali determinate attività possono favorire o innescare fenomeni sismici; altra cosa sarebbe sostenere che l’essere umano sia in grado di produrre e controllare arbitrariamente un terremoto.

 

Abbiamo approfondito l’argomento con la Dottoressa Valentina Pelliccia, giornalista e Communication Expert con formazione giuridica, partendo da una domanda fondamentale: quanto sappiamo realmente dell’interazione tra attività umane e sistemi geologici complessi?

Dottoressa Valentina Pelliccia, l’attività umana può realmente contribuire a provocare un terremoto?

«La prima cosa da fare è utilizzare le parole con estrema precisione.

La scienza documenta fenomeni definiti di sismicità indotta o innescata, associati, in determinate circostanze, ad alcune attività antropiche.

Questo non significa affatto sostenere che l’essere umano disponga di una sorta di interruttore attraverso il quale produrre a piacimento un terremoto di una determinata magnitudo, in un determinato luogo e in un determinato momento.

Sono due concetti profondamente differenti e confonderli sarebbe scientificamente scorretto.

In particolari condizioni geologiche, alcune attività umane possono modificare pressioni, distribuzione dei fluidi o stati di stress nel sottosuolo e contribuire alla destabilizzazione di strutture geologiche già sottoposte a tensione.

La parola fondamentale, dunque, è “contribuire”.

Quando si affrontano argomenti di questa complessità, le parole non rappresentano semplicemente uno strumento di comunicazione: delimitano ciò che possiamo affermare sulla base delle evidenze disponibili.»

Quali sono le attività umane maggiormente studiate in relazione alla sismicità indotta?

 

«La letteratura scientifica internazionale ha analizzato diversi fenomeni.

Tra questi rientrano l’iniezione o l’estrazione di fluidi nel sottosuolo, alcune attività minerarie, determinati interventi connessi allo sfruttamento delle risorse geotermiche e gli effetti che possono essere associati a grandi bacini artificiali.

È però indispensabile evitare una semplificazione.

Il fatto che una determinata attività possa, in particolari circostanze, essere associata alla sismicità non consente di attribuire automaticamente a quella stessa attività qualsiasi terremoto avvenuto nelle vicinanze.

Per formulare un’ipotesi causale seria occorrono dati geologici e sismologici, analisi temporali e spaziali, conoscenza delle caratteristiche delle faglie e ricostruzione delle attività effettuate.

Una correlazione può rappresentare l’inizio di una domanda scientifica.

Non rappresenta, da sola, la dimostrazione di un rapporto di causa ed effetto.»

 

È possibile distinguere scientificamente un terremoto naturale da un evento indotto?

«È proprio questo uno degli aspetti più interessanti e complessi.

La semplice prossimità geografica o temporale tra un’attività umana e un terremoto non è sufficiente per stabilire un nesso causale.

Occorre ricostruire il contesto geologico dell’area, conoscerne la storia sismica, analizzare la profondità e la distribuzione degli eventi, individuare le strutture interessate e valutare eventuali modificazioni delle pressioni e degli stati di stress.

Bisogna procedere attraverso un metodo rigoroso: osservazione del fatto, raccolta dei dati, formulazione dell’ipotesi, verifica e possibilità di falsificazione.

Trovo particolarmente interessante che questo procedimento abbia qualcosa in comune con il metodo del buon giornalismo investigativo.

Una coincidenza può suggerire una domanda.

Non può trasformarsi automaticamente in una risposta.»

 

Perché ha scelto di approfondire proprio questo argomento?

«Perché considero estremamente interessante il rapporto tra intervento umano e sistemi complessi.

La nostra capacità tecnologica è cresciuta enormemente, ma capacità di intervento e capacità di controllo non sono necessariamente equivalenti.

Un sistema complesso è caratterizzato da numerose interazioni, retroazioni e dinamiche non lineari.

Una perturbazione può quindi produrre conseguenze che non sempre risultano immediatamente intuitive o interamente prevedibili.

Questo principio riguarda, con caratteristiche differenti, i sistemi geologici, il clima, gli ecosistemi, l’economia, le reti tecnologiche e persino le dinamiche sociali.

L’aspetto che mi interessa maggiormente è proprio questo paradosso contemporaneo: possiamo acquisire una capacità sempre maggiore di intervenire sui sistemi senza possedere necessariamente una capacità equivalente di prevederne integralmente la risposta.

Per questo il progresso scientifico deve essere accompagnato dalla conoscenza della complessità.»

La questione, quindi, non è soltanto scientifica ma anche giuridica?

«Certamente.

Quando un’attività umana è potenzialmente in grado di incidere su un sistema naturale, la questione non appartiene più esclusivamente alla fisica o alla geologia.

Entrano in gioco la prevenzione, la valutazione del rischio, la trasparenza, la responsabilità e la tutela delle popolazioni.

Entra in gioco anche il principio di precauzione, che nel diritto europeo assume una rilevanza particolare quando ci troviamo di fronte a rischi potenzialmente gravi e a situazioni caratterizzate da incertezza scientifica.

La domanda, pertanto, non dovrebbe essere soltanto: “Siamo tecnicamente in grado di farlo?”.

Dovremmo chiederci anche: “Quali conseguenze potrebbe determinare?”, “Come vengono valutati i rischi?”, “Chi esercita il controllo?”, “I dati sono accessibili?” e, soprattutto, “Quale sistema di responsabilità interviene qualora si produca un danno?”.

La capacità tecnologica, da sola, non definisce il progresso.

Il progresso richiede che alla capacità di intervenire corrisponda una capacità altrettanto evoluta di conoscere, prevenire e governare il rischio.»

 

Parlare di questi fenomeni rischia però di alimentare teorie non dimostrate. Come si evita questo pericolo?

«Attraverso il metodo.

Non credo che la soluzione alla disinformazione sia evitare le domande difficili.

Credo che la soluzione sia rispondere con dati, fonti verificabili e una distinzione estremamente chiara tra fatti accertati, ipotesi scientifiche e affermazioni prive di evidenza.

La paura nasce spesso anche dall’assenza di conoscenza e di trasparenza.

Quando l’informazione istituzionale o scientifica lascia uno spazio vuoto, quello spazio può essere occupato da interpretazioni non controllate.

Per questo ritengo che trasparenza e divulgazione scientifica siano strumenti fondamentali anche contro la disinformazione.

Non bisogna avere paura delle domande.

Bisogna avere il rigore necessario per non trasformare una domanda in una certezza prima che esistano le prove.»

Qual è, secondo lei, l’errore più grave che può commettere un giornalista quando affronta un tema scientifico così delicato?

 

«Partire dalla conclusione.

Se stabilisco in anticipo quale verità voglio dimostrare e successivamente seleziono soltanto gli elementi che la confermano, non sto più svolgendo un’indagine.

Sto cercando conferme a una convinzione preesistente.

Il procedimento corretto è esattamente l’opposto.

Formulo un’ipotesi e cerco anche gli elementi capaci di smentirla.

Ritengo fondamentale distinguere almeno quattro livelli: ciò che è dimostrato, ciò che è scientificamente plausibile, ciò che rimane oggetto di ricerca e ciò per cui, allo stato attuale, non disponiamo di prove sufficienti.

È una distinzione semplice soltanto in apparenza.

Nell’attuale ecosistema dell’informazione rappresenta uno dei principali strumenti di difesa contro la disinformazione e contro il cosiddetto confirmation bias.»

 

La tecnologia ci sta rendendo più capaci di dominare la natura?

«Preferirei utilizzare il verbo “comprendere” anziché “dominare”.

La storia della scienza dimostra quanto sia aumentata la nostra capacità di osservare, misurare e intervenire sulla realtà.

Ma proprio l’aumento della conoscenza ci dovrebbe rendere consapevoli della complessità dei sistemi sui quali interveniamo.

Possedere una tecnologia non significa necessariamente possedere il controllo assoluto delle conseguenze derivanti dal suo utilizzo.

La vera evoluzione consiste nel far crescere contemporaneamente conoscenza, responsabilità e capacità di previsione.

Altrimenti rischiamo di confondere la potenza tecnologica con il controllo scientifico.»

 

Dottoressa Valentina Pelliccia, qual è allora la domanda corretta da porsi quando si verifica un terremoto?

«Prima ancora di domandarci chi o che cosa lo abbia provocato, dovremmo chiederci che cosa siamo realmente in grado di dimostrare.

La scienza non dovrebbe essere utilizzata per alimentare paure.

Allo stesso tempo, non dovrebbe essere invocata per impedire che vengano formulate domande difficili.

La sua funzione è sottoporre quelle domande alla prova dei fatti.

È questa, a mio avviso, la differenza fondamentale tra un’intuizione, un’ipotesi e un’inchiesta.

L’intuizione genera una domanda.

L’ipotesi propone una possibile spiegazione.

L’inchiesta comincia quando raccogliamo le prove e siamo intellettualmente disposti ad accettare anche la possibilità che l’ipotesi iniziale sia sbagliata.

Davanti alla complessità della Terra, l’atteggiamento scientificamente più serio non consiste nel credere a tutto.

Ma neppure nell’escludere tutto a priori.

Consiste nel verificare.»

 

Conclusioni:

Il tema della sismicità indotta mostra quanto sia necessario mantenere separati concetti che nel dibattito pubblico vengono spesso sovrapposti: possibilità fisica, correlazione statistica, causalità dimostrata e capacità di controllo.

L’interrogativo sull’influenza delle attività umane sui fenomeni sismici non richiede sensazionalismo, ma ricerca, trasparenza e metodo.

Ed è proprio sul metodo che la riflessione della Dottoressa Valentina Pelliccia concentra l’attenzione: formulare domande anche difficili, cercare fonti verificabili, sottoporre le ipotesi a tentativi di confutazione e non presentare mai come certezza ciò che la scienza considera ancora un problema aperto.

In un’epoca nella quale tecnologia e capacità di intervento sull’ambiente avanzano rapidamente, comprendere i limiti della nostra conoscenza diventa parte integrante della conoscenza stessa.

Ringraziamo la Dottoressa Valentina Pelliccia per i suoi contributi sempre utili e interessanti.