di Monica Macchioni
Ho avuto l’onore di conoscere il Salvini appena eletto segretario nazionale della Lega.
All’epoca seguivo l’ufficio stampa della kermesse del Giornale diretto da Alessandro Sallusti “Controcorrente”, in Versilia, ed ero anche la portavoce dell’onorevole Daniela Santanche’.
Salvini fu l’unico leader nazionale che quell’anno non diede buca alla kermesse.
All’ultimo, con un preavviso di poche ore ciascuno, mancarono all’appello sia il Presidente Silvio Berlusconi che Matteo Renzi.
Mi impressiono’ la grandissima capacità di Salvini di capire chi aveva di fronte.
Un leader vero.
Che fiutava i sentimenti di un popolo non suo e riusciva ad incanalarli usando una comunicazione nuova, moderna, snella e sempre “sul pezzo”.
Un leader in grado di strappare applausi anche e soprattutto al di fuori del perimetro del suo partito.
Era il Salvini che si infilava in Rai di nascosto per andare a trovare la Isoardi, complice un autore calabrese che all’epoca stava a Unomattina.
Sembrava di avere di fronte davvero un politico nuovo, interessato alla gente in carne e ossa e ai problemi reali del Paese.
Era il Salvini dei “Tavolini Verdi” del Tadolini di Francesca Benucci, quello che ascoltava incantato i racconti del grandissimo Emanuele Emmanuele, quello che invitato ad una cena organizzata dall’Antiquaria Benucci riusciva ad attrarre oltre 500 persone in una casa privata.

Nobiltà nera inclusa.
Talmente bravo da trasformare la Lega Nord da partito regionale a partito nazionale.
Fino ad allora non ci era riuscito nessuno.
A lui va infatti il merito di aver portato un partito ridotto da Maroni al 3 per cento al partito di punta che in poco più di 3 anni riusciva a sfondare il record del 30 cento.
Ma cosa e’ successo al Salvini di allora?
Gli italiani hanno la memoria corta.
E probabilmente non si ricordano nemmeno più di quegli anni.
Tanta acqua è passata sotto ai Ponti.
E forse – da leader di un partito che nasce nelle valli del profondo Nord – non deve avergli portato molta fortuna – almeno non dal punto di vista politico – fissarsi sul Ponte che dovrebbe unire Messina a Villa San Giovanni.
Salvini ha rappresentato un punto di svolta per la Lega, un punto di non ritorno in positivo.
E poi si è perso.
Per salotti romani?
Rincorrendo il mito del potere fine a se stesso?
Collaboratori sbagliati?
Amori sbagliati?
Amicizie sbagliate?
Relazioni sbagliate?
Difficile dirlo.
E’ un dato di cronaca oggettivo.
Le cause forse sono più d’una.
Oggi Salvini, messo sotto processo dai suoi al Nord – e dal funerale di Umberto Bossi in poi – non è più un mistero l’esistenza di una fronda interna molto forte contro di lui – prova a cavalcare la vicenda del gioielliere finito in carcere per aver ammazzato 2 persone e ferita una terza.
E molti nel suo stesso partito, a partire dall’europarlamentare Sardone, si scandalizzano per una decisione dei giudici che sicuramente lascia molto perplessi – condannare a 14 anni chi viene aggredito nel suo posto di lavoro con tanto di moglie e figlia in pericolo di vita e si difende sparando per legittima difesa e addirittura prevedere un risarcimento alle famiglie delle vittime cioè dei rapinatori – ma che è stata presa applicando una legge del marzo 2019, anno in cui Salvini era ancora ministro degli interni e vicepremier del governo Conte I.
La domanda sorge spontanea: al netto del fatto che si comprende il tentativo di Salvini di recuperare in corner quel consenso elettorale che ogni giorno viene eroso di più dalla azione incessante del generale Vannacci, ma quando al suo ministero scrivevano quella legge, lui dov’era?
Credo che gli italiani abbiano la memoria corta, ma siano molto più svegli di quello che la maggior parte dei politici pensa di loro.


