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Meritocrazia Italia su decreto Infrastrutture e caldo eccessivo: necessario, ma si affronti in maniera strutturale la relazione rischio ambientale e rischio lavorativo

Meritocrazia Italia, Walter Mauriello - IlGraffio - Monica Macchioni
Arriva oggi, con il varo da parte del Consiglio dei Ministri, del nuovo decreto Infrastrutture, l’ennesima prova che il cambiamento climatico non è più una proiezione statistica su scenari futuri, né un tema relegato ai dibattiti accademici: è una realtà tangibile che sta ridefinendo le nostre abitudini quotidiane, la nostra economia e, inevitabilmente, la nostra legislazione.

Il provvedimento segna un punto di svolta normativo, reintroducendo, con consapevolezza rinnovata, misure già sperimentate negli anni scorsi che permettono ad alcune categorie di operatori economici di sospendere o ridurre l’attività lavorativa in presenza di condizioni climatiche estreme.

L’accesso in deroga al trattamento di cassa integrazione a causa di “eccezionali ondate di calore” non è più una misura d’emergenza estemporanea, bensì un tassello che deve diventare organico in un sistema produttivo costretto a fare i conti con un pianeta che si surriscalda.

Questa norma racconta due verità amare. La prima è che il rischio ambientale è diventato un rischio lavorativo a tutti gli effetti. Per comparti come l’edilizia, l’agricoltura o la logistica all’aperto, il calore estremo non rappresenta solo un disagio, ma una minaccia diretta alla salute e alla sicurezza dei lavoratori. La seconda verità è che l’adattamento deve essere la nostra nuova priorità politica. Non possiamo più permetterci di considerare il clima come una variabile esterna e incontrollabile; dobbiamo invece interiorizzare questa fragilità all’interno delle nostre tutele sociali. Tuttavia, l’approvazione di questo decreto solleva una riflessione critica: siamo di fronte a una politica che sta “inseguendo” il cambiamento climatico, cercando di tamponare le ferite che esso infligge al tessuto economico. Sebbene la cassa integrazione per ondate di calore sia un atto di civiltà necessario per proteggere i lavoratori, essa rappresenta pur sempre una misura di emergenza. L’autentica sfida per una politica matura non dovrebbe limitarsi alla gestione del danno, soprattutto economico, ma estendersi alla trasformazione del sistema.

Governare il cambiamento significa ripensare i tempi, i luoghi e le modalità del lavoro in un Paese mediterraneo che, sempre più spesso, somiglia a un ecosistema sub-sahariano. Significa investire in infrastrutture urbane che contrastino le isole di calore, in tecnologie per la sicurezza negli ambienti aperti e in una riconversione ecologica che non sia solo “green” nelle intenzioni, ma profondamente adattiva nelle soluzioni.

Non può non notarsi una grossa contraddizione: mentre la scienza avverte che le ondate di calore saranno sempre più frequenti e intense, si continua a legiferare con un approccio “a pezzi”. Il rischio è quello di normalizzare l’eccezionale: abituarsi a vedere le attività produttive bloccate dal termometro, senza però avere il coraggio di una programmazione decennale a lungo termine che riduca la nostra vulnerabilità.

La “sconfitta dell’ovvio” in questo campo significa proprio questo: smettere di stupirsi dell’ennesimo record di temperature e iniziare ad agire per rendere la nostra società resiliente.

Il decreto varato oggi è necessario e doveroso, ma deve essere solo l’inizio di un dibattito più vasto e sistemico. La protezione dei lavoratori non può risolversi nel solo sussidio; deve evolvere in una protezione attiva, che passi attraverso una riprogettazione del lavoro e una lotta senza quartiere alla pigrizia intellettuale che ci impedisce di affrontare, con risposte strutturali, la crisi climatica globale.

Stop war.