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Sant’Agostino, la sete dell’infinito

Sant’Agostino, la sete dell’infinito - ilGraffio - Monica Macchioni

Di Don Enzo Bugea Nobile Sant’Agostino non fu un santo che nacque nella luce, ma un uomo che attraversò tutte le ombre. La sua vita fu una lunga ricerca, un […]

Di Don Enzo Bugea Nobile
Sant’Agostino non fu un santo che nacque nella luce, ma un uomo che attraversò tutte le ombre.
La sua vita fu una lunga ricerca, un pellegrinaggio interiore che lo condusse dall’ebbrezza dei sensi al silenzio della contemplazione, dalla superbia dell’intelligenza alla resa dell’anima.
Egli non fu mai un semplice teologo, ma un filosofo della carne e del cuore, un poeta del desiderio.
Il suo segreto sta in quella confessione eterna che risuona come una preghiera e come un grido: “Fecisti nos ad Te, et inquietum est cor nostrum donec requiescat in Te” .
“Ci hai fatti per Te, e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in Te”.
Agostino non ridusse mai la fede a dogma freddo, né la filosofia a gioco sterile di ragione, per lui, credere era respirare, pensare era amare, cercare significava sempre pregare.
Il suo pensiero scaturiva dall’anima, non dalla cattedra, ecco perché, ancora oggi, ci sembra vivo, più vicino di molti altri che scrissero con rigore  ma senza ardore.
Il dramma dell’uomo interiore, l’uomo per Agostino è un abisso.
Non basta conoscere il mondo per conoscersi, l’universo esterno è facile da indagare, ma l’universo interiore è fatto di vertigini.
Nel suo De Trinitate, egli descrive l’anima come specchio del divino, luogo in cui memoria, intelletto e volontà formano un’immagine imperfetta del Dio trinitario, ma l’anima non è limpida, è attraversata da desideri contrastanti, da quella concupiscentia che spinge verso il basso.
Da qui nasce la sua drammatica visione del peccato originale, l’uomo non è cattivo per natura, ma ferito, inclinato a sé stesso anziché a Dio, incapace di elevarsi senza la grazia.
Eppure, Agostino non si fermò mai al pessimismo. La ferita diventa porta. “Felix culpa”, colpa felice, dirà perché la caduta apre la via alla Redenzione.
L’uomo, senza Dio, rimane polvere; ma con Dio, diventa luce che riflette la Luce.
L’amore come via,tutto il pensiero agostiniano converge in una sola parola: caritas.
Non l’amore vago, ma l’amore che ordina, che dà senso. “Ama e fa’ ciò che vuoi” frase troppo citata e spesso malintesa, non è libertà senza limiti, ma la certezza che chi ama veramente non può che desiderare il bene.
Per Agostino, il cuore dell’uomo è un campo di battaglia tra due amori: amor Dei usque ad contemptum sui (l’amore di Dio fino al disprezzo di sé) e amor sui usque ad contemptum Dei (l’amore di sé fino al disprezzo di Dio).
Da questa tensione nascono le due città: la Città di Dio e la città terrena.
Non luoghi, ma destini.
In Agostino si avverte costantemente un senso di nostalgia, non la nostalgia di ciò che fu, ma la nostalgia di ciò che deve ancora venire.
Egli guarda al futuro come promessa, l’anima è sempre pellegrina, sempre in cammino.
La sua poesia sta in questa attesa ardente: attesa di un volto che nessun occhio umano può saziare, attesa di una pace che non conosce tramonto, attesa di una verità che non si piega a opinioni.
Per lui, il tempo stesso non è che un segno di questa tensione, passato e futuro esistono solo nel cuore e il presente è un frammento che sfugge.
Tutto, nell’uomo, è sete d’eterno.
Non dimentichiamo che Agostino fu peccatore, amante, ambizioso, retore vanitoso.
Non nasconde mai le sue cadute, ma anzi le trasfigura in testimonianza.
È proprio questa fragilità che lo rende vicino se avesse conosciuto solo la perfezione, non ci parlerebbe con tanta forza.
Sant’Agostino ci insegna che la santità non è assenza di ferite, ma trasformazione delle ferite in feritoie da cui passa la grazia.
Non è mai un punto d’arrivo, ma un iter, un cammino che non finisce nemmeno con la morte, perché solo in Dio trova compimento.
Sant’Agostino rimane un maestro universale perché ci consegna un pensiero che è insieme verità, poesia e preghiera.
Filosofo, teologo, poeta e confessore, la sua voce non è mai spenta.
Ci ricorda che la vita è un continuo ritorno
ritorno a sé stessi, ritorno al cuore, ritorno a Dio.
E nel suo latino che vibra come canto antico, la sua verità risuona ancora oggi: “In interiore homine habitat veritas” .
“Nell’uomo interiore abita la verità”.