di Don Enzo Bugea Nobile
Ci sono uomini che parlano e uomini che vivono.
San Giuseppe non ha lasciato parole, ha lasciato un esempio e forse è proprio questo che oggi ci manca: una fede che non si esibisce, ma che si incarna.
Giuseppe è il santo del silenzio, ma non del vuoto; il suo è un silenzio pieno, abitato, fecondo.
Un silenzio che non fugge la realtà, ma la accoglie fino in fondo, anche quando non si comprende.
Fides quaerens intellectum, direbbe qualcuno, ma Giuseppe non cerca di capire per credere: lui crede e nel credere si consegna.
Quante volte anche noi vorremmo spiegazioni, garanzie, certezze… Giuseppe invece accetta il mistero senza pretendere di dominarlo e qui si gioca una delle lezioni più grandi: la fede non è controllo, è fiducia, non è possesso, è abbandono.
Quando scopre che Maria è incinta, Giuseppe non urla, non accusa, non si vendica, pensa, soffre, ama e decide di farsi da parte. In quel gesto c’è una delicatezza che oggi appare rivoluzionaria.
Non cerca di difendere se stesso, ma di proteggere l’altro.
Amor verus non possidet, sed custodit , l’amore vero non possiede, custodisce.
E poi arriva il sogno, Dio non irrompe con forza, ma si affida alla libertà di un uomo e Giuseppe si fida, si alza, prende con sé Maria e il bambino e cambia la sua vita per sempre senza condizioni.
Qui c’è tutto: la paternità vera non è biologica, è scelta, è responsabilità, è presenza.
Giuseppe non è il padre che genera, ma il padre che resta.
E oggi, in un tempo di assenze e fragilità affettive, questa è una verità che brucia.
Giuseppe lavora, non compie miracoli, non predica alle folle, non cerca visibilità.
Lavora e nel lavoro santifica la quotidianità. Laborare est orare, lavorare è pregare.
In ogni gesto semplice, in ogni fatica silenziosa, costruisce il luogo dove Dio può abitare e allora mi chiedo e vi chiedo quante volte abbiamo sottovalutato il valore delle cose semplici?
Quante volte abbiamo cercato Dio nei clamori, dimenticando che si nasconde nella normalità?
San Giuseppe ci insegna una spiritualità concreta, incarnata.
Non fatta di parole, ma di scelte.
Non di apparenza, ma di sostanza.
È il santo della soglia: non sta al centro, ma rende possibile che altri entrino e forse è proprio questo il suo miracolo più grande: scomparire perché altri possano fiorire.
In un mondo che urla, Giuseppe sussurra.
In un tempo che espone, Giuseppe custodisce.
In una società che pretende, Giuseppe accoglie e allora oggi non abbiamo bisogno di più parole, abbiamo bisogno di più Giuseppe.
Uomini e donne capaci di amare senza possedere, di restare senza rumore, di credere senza vedere.
Perché, alla fine, la santità non è fare cose straordinarie.
È vivere l’ordinario con un amore straordinario.
Ite ad Ioseph.
Andate da Giuseppe e imparate il coraggio silenzioso dell’amore.