L’OCSE fotografa uno squilibrio strutturale che non può essere ignorato. Nel 2023 l’Italia contava 6,9 infermieri ogni 1.000 abitanti, contro una media europea di 8,4. Ancora più significativo è il rapporto tra infermieri e medici: 1,3 nel nostro Paese, a fronte di una media europea di oltre 2.
Non si tratta, dunque, di una semplice carenza numerica, ma del segnale di un modello organizzativo che presenta criticità profonde. A questo si aggiunge un secondo elemento, forse ancora più preoccupante: la progressiva perdita di attrattività della professione infermieristica. Tra il 2019 e il 2024 il rapporto tra candidati e posti disponibili nei corsi di laurea in Infermieristica è passato da 1,6 a 1,04, segno che la pressione selettiva si è quasi azzerata. Inoltre, in Italia si laureano ogni anno appena 16-17 infermieri ogni 100.000 abitanti, meno della metà della media europea. La vera emergenza, dunque, non è soltanto la carenza di infermieri. Il problema nasce prima ancora della carenza: nasce quando una professione strategica smette di essere percepita come una concreta opportunità di futuro. La crisi infermieristica è il sintomo di un modello che non valorizza adeguatamente il patrimonio professionale su cui si fonda il Servizio sanitario nazionale.
Gli infermieri rappresentano una componente essenziale dell’équipe multiprofessionale e il loro contributo è determinante per garantire percorsi assistenziali efficaci, sicuri e appropriati. Per questo la loro valorizzazione non riguarda una singola categoria professionale, ma la capacità complessiva del Servizio sanitario nazionale di rispondere ai bisogni di salute dei cittadini
Pur affidando agli infermieri responsabilità sempre più ampie e un ruolo determinante nei percorsi di cura, il sistema fatica a offrire prospettive di crescita, modelli organizzativi sostenibili e un riconoscimento pienamente coerente con il valore della professione.
Le conseguenze sono già evidenti.
La pressione sui professionisti aumenta, diventa più difficile garantire la continuità assistenziale e le disuguaglianze territoriali rischiano di accentuarsi ulteriormente. Le aree già più fragili del Paese sono anche quelle che incontrano maggiori difficoltà nell’attrarre e trattenere personale qualificato. L’equità territoriale non riguarda soltanto il diritto dei cittadini ad accedere alle cure, ma anche la capacità dei territori di offrire ai professionisti condizioni di lavoro, servizi e opportunità tali da renderli luoghi nei quali scegliere di costruire il proprio futuro.
Un sistema sanitario non si misura soltanto dal numero di ospedali, dalle tecnologie disponibili o dagli investimenti infrastrutturali. Si misura soprattutto dalla capacità di attrarre, formare e trattenere i professionisti che rendono concreto il diritto alla salute.
Per Meritocrazia Italia, affrontare questa sfida significa restituire centralità al patrimonio professionale del Servizio sanitario nazionale. Valorizzare la professione infermieristica non può limitarsi a colmare le carenze di organico, ma richiede un modello capace di riconoscere il merito, le competenze, la formazione continua e le responsabilità effettivamente esercitate. Un sistema che offre reali opportunità di crescita professionale è anche un sistema più attrattivo, più efficiente e maggiormente in grado di trattenere i propri professionisti.
Occorre rafforzare il raccordo tra formazione universitaria, fabbisogni del Servizio sanitario nazionale e specificità dei territori, promuovere modelli organizzativi più sostenibili, investire nello sviluppo delle competenze e creare le condizioni affinché la professione infermieristica torni a essere una scelta di futuro, soprattutto nei contesti che oggi soffrono maggiormente lo spopolamento e la carenza di servizi.
Investire nella professione infermieristica significa investire nella qualità dell’assistenza, nella resilienza del Servizio sanitario nazionale e nella sua capacità di rispondere alle sfide demografiche, epidemiologiche e territoriali dei prossimi decenni.
Stop war.


