Intervista di Monica Macchioni a Letizia Bonelli, massima esperta di questioni inerenti Internet, intelligenza artificiale e diritto all’oblio
“Nemo sibi nascitur.”
Nessuno nasce per sé stesso.
Il narcisismo è una malattia o un tratto del carattere umano?
Il narcisismo, nella sua forma patologica, è definito come disturbo narcisistico di personalità secondo il DSM-5.
Ma ridurlo semplicemente a una malattia è rischioso.
È prima di tutto una ferita dell’identità, un’anima che si ancora a un’immagine grandiosa di sé pur di non affrontare la propria vulnerabilità.
Non è solo un eccesso di amor proprio: è un meccanismo difensivo contro l’autenticità.
Cosa differenzia un narcisista da un semplice egocentrico?
L’egocentrico vuole essere al centro dell’attenzione; il narcisista pretende di essere l’unico centro esistente.
L’egocentrismo è spesso una fase dell’immaturità. Il narcisismo è invece una struttura difensiva rigida, costruita su un’identità fragile ma mascherata da onnipotenza.
L’egocentrico può cambiare. Il narcisista si difende da ogni cosa che possa incrinare la maschera.
Non ama se stesso: ama la sua immagine riflessa.
Il narcisismo si riconosce facilmente?
Tutt’altro. Spesso si presenta in abiti eleganti: fascino, efficienza, sicurezza apparente.
È seduttivo, brillante, manipolatore.
Ma col tempo si scopre che in quella relazione non esiste l’altro: esiste solo una funzione al servizio di un ego che ha fame.
Un narcisista si riconosce solo dopo esserne stati attraversati.
Chi ama un narcisista, alla lunga cosa prova?
Sfinimento. Confusione. Dissonanza.
È una danza logorante: uno si svuota, l’altro si gonfia.
Ogni conflitto viene ribaltato. La colpa è sempre dell’altro.
Si sviluppa un senso di colpa tossico, una prigione affettiva.
Come si direbbe in latino: Amor captus, libertas perdita — l’amore che cattura, sottrae la libertà.
Il narcisista è consapevole di esserlo?
Raramente.
La sua intera struttura psichica è edificata per evitare quel confronto.
Se si guardasse davvero allo specchio, crollerebbe.
Molti narcisisti non arrivano mai in terapia: solo una crisi profonda, un tracollo, una vera catabasi può aprire una breccia.
Finché tutto funziona, lui non ha motivo di cambiare.
Può guarire, o è un destino irreversibile?
Può guarire, ma non lo vuole.
Finché il sistema regge, il narcisista preferisce restare nel proprio castello interiore.
Solo quando l’illusione del controllo crolla, allora può cominciare il lavoro di ricostruzione.
Un cammino lungo, fatto di confronto con il dolore, il limite, il rifiuto.
Nessuna vera trasformazione avviene senza umiltà.
Humilitas via veritatis — l’umiltà è la via della verità.
Si può amare un narcisista senza perdersi?
Solo se si smette di volerlo salvare.
L’amore non è redenzione unilaterale.
Chi resta accanto a un narcisista deve chiedersi:
“Cosa dentro di me cerca questa dinamica?”
Perché spesso chi ama un narcisista ha una ferita complementare.
E se non si guarisce quella, si resta intrappolati.
Non si può salvare nessuno affondando con lui.
Cosa ci insegna, in fondo, il narcisismo?
Che viviamo in un’epoca in cui conta più l’apparire che l’essere.
Il narcisismo collettivo è alimentato dai social, dalle vetrine, dal culto dell’io performativo.
Ma nessuno specchio restituisce l’essenza.
Il narcisista è il simbolo tragico e fragile di questa deriva: un homo specularis, prigioniero della propria immagine.
Eppure da ogni gabbia si può uscire.
A patto di voler tornare ad essere carne.
Non riflesso.


