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L’IA: dobbiamo veramente averne paura?

IA di Antonino Salsone - ilGraffio - Monica Macchioni

Di Antonino Salsone Narra la storiografia industriale inglese che nel 1771 un operaio, Ned Ludd, si ribelló al datore di lavoro e distrusse il telaio meccanico che ritenne responsabile della […]

Di Antonino Salsone

Narra la storiografia industriale inglese che nel 1771 un operaio, Ned Ludd, si ribelló al datore di lavoro e distrusse il telaio meccanico che ritenne responsabile della diminuzione del proprio compenso e di quello di altre migliaia di lavoratori britannici.

Egli, come molti suoi connazionali, ebbe paura di essere sostituito dal telaio meccanico, vera e utile innovazione del progresso tecnologico e industriale dell’epoca e di quelle a venire.

La situazione di allora, per certi versi, si ripropone oggi e ci insegna molto su come affrontare la transizione (forse è meglio dire la rivoluzione) verso l’intelligenza artificiale.

Ma la paura che oggi, in tutto il pianeta, si prova verso l’IA è fondata, oppure rappresenta un nuovo episodio del sentimento tipicamente umano che si nutre fisiologicamente verso i fenomeni tecnologici e scientifici nuovi e dagli effetti/impatti ancora sconosciuti?

L’IA toglierà o porterà lavoro a centinaia di milioni di persone?

Non ho capacità predittive, nè le mie competenze professionali mi consentono di addentrarmi e fare previsioni in un settore che necessita di conoscenze specifiche del mercato del lavoro, della tecnologia e di organizzazione aziendale/industriale.

Peró mi sono fatto una opinione e così la riassumo.

Keynes nel 1930 preconizzava che i suoi pronipoti avrebbero lavorato 15 ore a settimana.

Russel, nell’”Elogio dell’ozio”, affermava che quattro ore di lavoro al giorno sarebbero state sufficienti a produrre abbastanza per tutti.

Addirittura Bill Gates dice che l’IA permetterà di fissare in due giorni a settimana il tempo del lavoro, mentre Elon Musk prevede un mondo in cui il lavoro sarà un hobby, dunque una sorta di ozio di massa.

Dove sta davvero la verità saranno il tempo e la storia a dircelo, ma io penso che, avendo fiducia piena nell’Uomo e sapendo che è insostituibile, il vero cambiamento portato dall’IA non sarà il rimpiazzo ma l’aumento: l’Uomo dovrà essere capace di acquisire la “leadership aumentata”, dove l’intelligenza umana viene potenziata e non sostituita da quella artificiale.

Concludo con un pensiero di una scrittrice, Joanna Maciejewska, che ha scritto un pensiero semplice ma efficacissimo sul rapporto Uomo – IA: “Sapete qual è il più grande problema di questa corsa all’IA? La direzione sbagliata.
Voglio che l’IA faccia la lavatrice e i piatti in modo che io possa fare arte e letteratura, non che l’IA faccia arte e letteratura in modo che io possa fare la lavatrice e i piatti”.

Dunque, nessuna paura del nuovo, ma piena consapevolezza che l’Uomo rimane la più straordinaria creatura di intelligenza, discernimento critico, coscienza e spirito (così come abbiamo governato e dominato il telaio meccanico, altrettanto saremo capaci di fare con l’IA).