«Oggi, con il decreto Infrastrutture, si reintroducono misure già sperimentate negli anni scorsi che permettono ad alcune categorie di operatori economici di sospendere o ridurre l’attività lavorativa in presenza di condizioni climatiche estreme.
Un intervento necessario e doveroso, ma che deve essere solo l’inizio di un dibattito più vasto e sistemico.
La protezione dei lavoratori non può risolversi nel solo sussidio; deve evolvere in una protezione attiva, che passi attraverso una riprogettazione del lavoro e una lotta senza quartiere alla pigrizia intellettuale che ci impedisce di affrontare, con risposte strutturali, la crisi climatica globale.
La “sconfitta dell’ovvio” in questo campo significa proprio questo: smettere di stupirsi dell’ennesimo record di temperature e iniziare ad agire per rendere la società davvero resiliente.
Il rischio è quello di normalizzare l’eccezionale, di abituarsi a vedere le attività produttive bloccate dal termometro, senza però avere il coraggio di una programmazione decennale a lungo termine che riduca la nostra vulnerabilità».


